L'altra Bolivia che cospira contro Evo
sinistracritica | 30 Ottobre, 2007 11:52
Scioperi e bombe Le spinte centralizzatrici di Morales e le resistenze autonomistiche di Santa Cruz scuotono il paese. E fanno salire la tensione
di Pablo Stefanoni (il manifesto 7/10/2007)
La Paz
La recente decisione del governo di Evo Morales di ridurre una parte delle imposte petrolifere ai governi regionali - con l'obiettivo di finanziare un'assicurazione sulla vita per tutti - ha riacceso la miccia di quello scontro regionale che costituisce uno dei principali fattori di instabilità politica in Bolivia. A questo proposito, lunedì scorso lo stesso Morales ha capeggiato una marcia di anziani per appoggiare la decisione, a cui si oppongono i governi locali, soprattutto quello di Santa Cruz, imbarcatosi in una battaglia per l'autonomia regionale che le potenti élite locali percepiscono come una resistenza al «populismo indigeno» di Evo Morales, maggioritario a livello nazionale.
Questa battaglia si combatte su vari fronti: dal Palacio Quemado si segnala l'esistenza di rapporti poco ortodossi tra settori di Santa Cruz, paramilitari colombiani e l'ambasciata degli Stati uniti per cospirare contro il governo socialista. Dall'altra parte, il governo di Santa Cruz denuncia un'ingerenza venezuelana che mirerebbe a trasformare il governo di Morales in una «dittatura chavista». In questo solco si sviluppa la nuova puntata della telenovela di scontri a distanza tra l'ambasciatore statunitense Philip Golberg e il governo boliviano; scontro attivato questa volta da una fotografia - apparentemente scattata per caso - del diplomatico con il presunto delinquente colombiano John Jairo Venegas Reyes durante la fiera industriale Expocruz.
Un incidente mostra la psicosi dominante in questo momento: il 18 ottobre scorso, il governo boliviano ha mandato i soldati a occupare l'aeroporto internazionale di Viru Viru - il più importante del paese - per «disattivare una rete di corruzione» nelle autorità aeroportuali. Dopo pochi minuti, il governo locale e il comitato civico - che riunisce varie organizzazioni locali ed è dominato dagli impresari - ha fatto appello alla popolazione perché questa riprendesse possesso dell'aeroporto, di fronte al presunto tentativo del governo di trasformarlo in «zona liberata» per l'ingresso di militari venezuelani. Nel mezzo di questo clima, il prefetto di Santa Cruz Rubén Costas ha avuto modo di chiamare «macaco maggiore», «ratto» e «dittatorello» Hugo Chavez, facendo intendere che Evo Morales fosse il «macaco minore», che obbedisce a ordini venuti da Caracas. E la televisione boliviana ha trasmesso in profusione uno spot dell'opposizione in cui Chavez fa appello a creare «uno, due, tre... dieci Vietnam in Bolivia» se la destra cercasse di rovesciarlo. Alla fine dello spot, lo slogan ufficiale «la Bolivia cambia, Evo realizza» è stato sostituito da «Chavez comanda, Evo realizza».
Meno di una settimana dopo, bombe artigianali hanno colpito, senza provocare vittime, il consolato venezuelano di Santa Cruz e la residenza di alcuni medici cubani che lavorano in Bolivia nell'ambito del «Tratado de Comercio de los Pueblos», promosso come un alternativa al libero commercio di stampo statunitense. Il ministro del governo Alfredo Rada ha messo in relazione gli attentati con «le violente, avventate e equivoche parole» di Costas.
La destra soffia sul fuoco per mettere in crisi la sinistra indigena al governo. Nei recenti scioperi civici a Santa Cruz contro Evo Morales si sono potuti vedere giovani della della Unión Juvenil Cruceñista mentre pattugliavano in giro per la città con messaggi razzisti e facevano chiudere con la forza i negozi che si azzardavano a tenere aperte le porte. Allo stesso tempo, gruppi di proprietari terrieri annunciavano la costituzione di gruppi di autodifesa di fronte alla nuova riforma agraria promossa dal governo indigeno. Vari settori di Santa Cruz hanno appoggiato la violenta richiesta di Sucre di tornare a essere la sede dei poteri esecutivo e legislativo; il che ha portato alla chiusura temporanea dell'Assemblea costituente.
Così non è strano che tra i settori popolari - soprattutto contadini - che sostengono Evo Morales si sia riattivato il timore di fronte alla potenzialità destabilizzante dell'«oligarchia cruceña». Da questi settori sono partiti i colpi di stato contro governi popolari come quello del generale Juan José Torres nel 1971. Tuttavia, Evo Morales è fiducioso che «anche se i gruppi conservatori bussano alla porta delle caserme, i militari hanno oggi un'altra mentalità» e rimarranno sordi a questi richiami. .
BOLIVIA: IL GANGSTER CON L'AMBASCIATORE
sinistracritica | 30 Ottobre, 2007 10:44
Il diplomatico Usa e il delinquente colombiano: ecco la foto di cui Evo Morales aveva parlato al manifesto
Il capo degli industriali Gabriel Dabdoub è il presidente della potente Cainco, la «Camara de industria y comercio de Santa Cruz» L'ambasciatore americano Philip Goldberg èambasciatore a La Paz da circa un anno. Ha una lunga esperienza nella ex Jugoslavia La guardia del corpo E' un membro della sicurezza dell'ambasciata americana, l'uomo addetto a «selezionare» chi si avvicina all'ambasciatore
di Roberto Zanini (il manifesto 7/10/2007)
La foto è persino mite: tre uomini in giacca e cravatta e un giovane in maglietta bianca, tutti a loro agio. Lo sfondo è quello di Expocruz, una fiera che si tiene ogni seconda metà di settembre a Santa Cruz, nella «medialuna» orientale, la Bolivia di pianura dove il clima è mite e la gente è più ricca e meno india che sulle montagne andine. Ma in questo scatto dall'apparenza inoffensiva è contenuto l'ultimo conflitto tra la Bolivia di Evo Morales e gli Stati uniti. Morales, di passaggio a Roma, aveva parlato per la prima volta di questa foto in un'intervista al manifesto. Ne aveva riparlato in interviste successive, vi aveva accennato in modo brusco in varie dichiarazioni: c'è pericolo di golpe, aveva detto il presidente, nel paese esistono gruppi armati contro il mio governo, «abbiamo una fotografia dell'ambasciatore degli Stati uniti insieme a un paramilitare colombiano». Ieri la fotografia misteriosa è stata resa pubblica.
L'uomo a sinistra è Gabriel Dabdoub, potente leader della Cainco, la Camera di industria e commercio di Santa Cruz, acerrimo rivale di Morales, sostenitore e finanziatore nemmeno occulto dei gruppi autonomisti che vogliono staccare la «medialuna» dal resto del paese. Il secondo è Philip Goldberg, ambasciatore degli Stati uniti a La Paz da poco più di un anno. Il suo predecessore era stato talmente virulento e scomposto nei confronti di Morales che il leader indigeno, all'epoca soltanto candidato alle presidenziali, lo aveva chiamato «il vero capo della mia campagna elettorale»: ogni volta che lo attaccava, Morales guadagnava punti. E' il terzo uomo, quello del veleno. «Si chiama John Jairo Venegas Reyes - ha detto ieri il ministro dell'interno boliviano Alfredo Rada - ed è un delinquente colombiano». Venegas, dice il governo boliviano, è stato arrestato in ottobre insieme a una banda di colombiani accusati per ora di assalto, rapina e sequestro, e in possesso di armi di grosso calibro. La foto è arrivata a Morales attraverso i servizi segreti, proprio come i tanti rapporti di intelligence che raccontano di come la «medialuna» si sia riempita di colombiani, e parallelamente sia stata costellata di piccoli attentati: non un'insurrezione armata ma una strategia della tensione, che tra i suoi protagonisti ha l'ambasciata degli Stati uniti. Il quarto uomo è il capo dei servizi di sicurezza americani a la Paz, l'uomo che bada alla sicurezza dell'ambasciatore e ne filtra tutti i contatti. Anche quelli apparentemente casuali.
Ieri il cancelliere boliviano David Choquehuanca ha chiesto conto dell'imbarazzante immagine all'industriale Dabdoub e all'ambasciatore Goldberg. Nessuno dei due ha negato che l'immagine fosse autentica. L'empresario se l'è cavata affermando di non sapere chi fosse lo sconosciuto che quella sera aveva chiesto di farsi fotografare con l'ambasciatore, e ha qualificato di «vigliaccata» l'attacco del governo di Morales. L'ambasciatore è stato zitto per ore, affidando vaghe smentite ai portavoce, e decidendosi infine ad affermare di non avere alcuna relazione con gruppi delinquenziali o sovversivi e di «rispettare la democrazia del paese».
Ma Philip S. Goldberg non è un ambasciatore qualunque. Prima di sbarcare a La Paz, Goldberg si è fatto le ossa nella ex Jugoslavia. Tra il 1994 e il 1996 è stato desk officer dei dipartimento di stato americano in Bosnia, il luogo da cui venne fatto implodere quel paese. E' stato assistente speciale di Richard Holbrooke, l'uomo che disintegrò la Jugoslavia, e in seguito ha diretto l'ambasciata Usa a Pristina, in Kosovo (altra disintegrazione di sucesso).
Pochi mesi dopo l'arrivo dell'ambasciatore Goldberg a La Paz, non a caso, decolla con violenza in Bolivia un movimento separatista decisamente «balcanico». Si chiama «Nacion Camba» (i cambas sono la gente delle pianure, contro i kollas delle montagne) ed è guidato da un possidente agroindustriale di origine croata, Branco Marinkovic. Nel luglio del 2006 un referendum sulle autonomie regionali sancisce il distacco della ricca «medialuna» orientale. Il prefetto della città di Cochabamba, Manfred Reyes Villa, legato a «Nacion Camba», con un colpo di mano disconosce i risultati del referendum (la città era rimasta con La Paz), convoca nuove elezioni e di fronte alle marce di protesta sguinzaglia gruppi fascisti giovanili e la Union juvenil cruceñista, che si presentano in piazza con mazze da baseball e pistole. Il risultato è una tremenda giornata di sangue, l'11 gennaio del 2007: due morti e 120 feriti. Una marcia di 50mila indigeni occupa la piazza di Cochabamba e chiede le dimissioni del prefetto Villa, ma quest'ultimo ha un amico potente che lo salva. E' l'ambasciatore Philip S. Goldberg. L'uomo della foto.
Pericolo di golpe in Bolivia
sinistracritica | 30 Ottobre, 2007 09:02
Intervista a Evo Morales
«Nel paese esistono gruppi paramilitari, abbiamo foto dell'ambasciatore americano con un paramilitare colombiano». Evo Morales denuncia: qualcuno sta provando a giocare sporco C'è una destra interna che viene dai gruppi oligarchici e una esterna che arriva dall'ambasciata Usa: il signor Goldberg prima era capomissione in Kosovo e prima ancora braccio destro di Holbrooke in Bosnia
Sorride sempre, Evo Morales, e parlando ti pianta due dita sulla spalla per sottolineare il concetto. Giacca e camicia ricamata senza colletto, per una volta ha lasciato la chompa, il tradizionale giubbotto, nella valigia. Arrivato in Italia con un aereo venezuelano, ha ritirato un premio, ha incontrato istituzioni politiche e confindustriali, ha incontrato i movimenti sociali italiani, ha certamente cercato di dipanare la vicenda di Entel, la compagnia telefonica di proprietà Telecom che la Bolivia vuole nazionalizzare (Telecom ha presentato a sorpresa la richiesta di un arbitrato internazionale davanti a un "tribunale", il Ciadi, da cui la Bolivia è uscita quasi sei mesi fa). In Bolivia ha lasciato una situazione piuttosto tesa: le spinte separatiste si fanno più aspre, di recente c'è stata l'ocupazione di un aeroporto a Santa Cruz, il cuore della zona «camba», quella dei ricchi delle pianure contrapposta ai «colla», gli indigeni delle montagne. E poi un attentato a un consolato venezuelano, bombe-carta davanti alla casa di alcuni medici cubani, rapporti di intelligence che citano presenze inquietanti di addestratori colombiani.
Presidente, a 21 mesi dalla sua elezione come procede la rifondazione che lei ha promesso alla Bolivia?
Procede con debolezze, con opposizioni nei settori conservatori che non voglino pedere i loro privilegi. Non accettano che la nazionalizzazione degli idrocarburi sia stata blindata e garantita da molti lucchetti legali e costituzionali, non accettano che il potere sia passato al popolo e non sia più appannaggio di poche famiglie, di un'oligarchia. Parlo del potere economico e di quello politico: tra loro c'è gente razzista, fascista. Ma sono sicuro che arriveremo in fondo. Sarà una battaglia dura ma sarà una rivoluzione democratica, pacifica e giusta.
L'Assemblea costituente che lei ha voluto non ha ancora approvato un solo articolo della nuova costituzione, e i conflitti da parte di settori autonomisti e della destra tradizionale stanno ormai sfiorando la violenza. C'è una relazione tra i due settori? C'è il rischio di "balcanizzare" la Bolivia?
Balcanizzare, lo escludo totalmente. Ma l'estrema destra effettivamente non è disposta a accettare l'indio, ne è letteralmente disgustata. E reagisce. Lo dico con molta responsabilità, ma ho informazioni del fatto che il loro piano non è l'opposizione politica: stanno parlando di golpe, di golpe militare. Se c'è fosse un golpe in qualche dipartimento, dicono, i militari saranno assaliti e sconfitti. Parlano persino di attentare alle vite.
Sa se ci sono formazioni paramilitari nel paese?
Lo so, e le anticipo una cosa: abbiamo una fotografia dell'ambasciatore degli Stati uniti insieme a un paramilitare colombiano, scattata di recente qui in Bolivia. Il paramilitare adesso è felicemente detenuto in un carcere. Abbiamo informazioni su forze paramilitari armate e organizzate nel paese, di cui fanno parte elementi di destra e delinquenza. Quando la destra non può mobilitare come faceva prima, passa al lato estremo: il paramilitarismo.
Recentemente ci sono stati attentati contro un consolato venezuelano in Bolivia, contro le case di alcuni medici cubani, l'occupazione dell'aeroporto. Da dove vengono politicamente questi gesti?
C'è una destra interna e una esterna. Quella interna viene dai gruppi oligarchici, quella esterna arriva dall'ambasciata degli Stati uniti.
Prima della nomina in Bolivia l'ambasciatore Goldberg era capomissione americano in Kosovo, e prima ancora il braccio destro di Richard Hoolbroke in Bosnia, da cui è stata fatta implodere la ex Jugoslavia. Come si comporta adesso?
In Bosnia Goldberg ha accumulato punti nella sua carriera diplomatica. In Bolivia non ci riuscirà.
Che relazioni avete con gli Usa?
Abbiamo relazioni con tutto il mondo, ma non accettiamo provocazioni. E poi una cosa è l'ambasciatore e l'altra è il paese. Certo il signor Goldberg ha certo una lunga esperienza di convulsioni di governi democratici.
Come la la nazionalizzazione del gas? L'ex ministro degli idrocarburi Saliz dice che le transazionali hanno firmato i nuovi accordi ma non pagano veramente quanto dovrebbero pagare, e inoltre il suo governo non investe in infrastrutture - strade, ponti e fabbriche - ma in progetti «ideologici» di solidarietà per anziani e studenti. Cosa risponde?
Che Soliz è un risentito, mi sono sbagliato a metterlo al ministero. I risultati della nazionalizzazione del resto parlano chiaro. Se esiste il buono «Juancito Pinto» (un assegno per evitare la diserzione scolare dei vbambini, nda) è grazie alla nazionalizzazione, se abbiamo potuto stanziare una certa cifra per le pensioni è grazie alla nazionalizzazione. In precedenza esisteva il «bono solidaridad» ma derivava dalla privatizzazione, malamente chiamata capitalizzazione, delle nostre imprtese. E nemmeno così c'erano risorse economiche per pagarlo, era insostenibile. Ora è tutto cambiato, lo stato ad esempio si è caricato la responsabilità di una pensione di vecchiaia, una cosa che prima non esisteva.
Insisto: è vera la critica sui mancati investimenti nel settore industriale?
Crede che l'industrializzazione degli idrocarburi si possa fare in due anni? In questo momento la nostra maggiore debolezza è nel settore umano, gli esperti di cui abbiamo bisogno prima bisogna formarli. La cosa più importante è che prima della nazionalizzazione lo stato riceveva meno di 300 milioni di dollari dal suo gas, quest'anno conta di prendere 2 miliardi. Nel 2004 le riserve del paese erano meno di 2 miliardi di dollari, quest'anno saranno 5 miliardi. Questi sono fatti.
Lei dice: investire nell'umano. Che cosa ha da offrire la Boolivia e che tipo di investimenti cerca?
In tema di risorse naturali abbiamo bisogno di soci. Abbiamo bisogno di imprese, non solo dall'Italia ma di tutto il mondo, e di imprese che investano. E stiamo cominciando con gli accordi bilaterali. Ad esempio ho conosciuto un'imprenditore delle scarpe: ho saputo che l'Italia ha scarpe di qualità ma non in quantità, come in Cina. E noi abbiamo il cuoio dell'altipiano e dell'oriente. Una cosa non ancora sfruttata è il cuoio del collo del lama: nei campi della Bolivia, da sempre facciamo scarpe con cuoio di colllo di lama. Ecco, è un esempio di una materia prima che da noi esiste e che è da esplorare, e ce ne sono tante altre, Ma le imprese devono essere sensibili ed avere anche politiche sociali.
Che rapporti ha con il Brasile? L'impresa petrolifera brasiliana, la Petrobras, agisce come parte di un governo «amico» o come un'impresa classica, che non ha amici?
Difficile capirsi con le imprese, hanno un solo interesse ed moltiplicare il capitale. Il presidente del Brasile sta cercando di risolvere i problemi che abbiamo con la sua impresa, ho molto rispetto di Lula e stiamo programmando un incontro in Bolivia prima della fine dell'anno, continuo a considerare il compagno Lula come un fratello maggiore e il Brasile come un grande paese. Siamo qui per risolvere i problemi, per limitare i condizionamenti e garantire gli investimenti.
Il suo chavismo è stato molto criticato, anche se criticare Chavez è uno sport molto praticato. Ci sono differenze tra lei e il presidente del Venezuela?
Siamo diversi, ma tutti puntiamo all'uguaglianza, alla giustizia, a ridurre le asimmetrie tra le famiglie come tra i continenti. La nostra grande coincidenza è che abbiamo democrazie liberatrici e non sottomesse all'impero, siamo orientati al tema della vita e dell'umanità, non solo in America latina ma per tutti gli esseri umani del pianeta terra. Noi però siamo un movimento indigeno, cerchiamo l'armonia con la madre terra. Socialismo e marxismo cercano solo risolvere il problema dell'essere umanno, non quello della Terra. Invece dobbiamo parlare dell'ambiente, di come salvare un pianeta che sta male.
Gli agrocombustibili?
Non li condivido. Non è possibile che la terra e i suoi prodotti siano messi a disposizione delle macchine invece che della vita umana.
La coca è un argomento che viene spesso usato per attaccare la Bolivia. Lei ha parlato di indusrtrializzazione della coca: a che punto è?
Lo dico con molta chiarezza: non può esserci libera coltivazione di coca e nemmeno zero coca. Parlare di libera coltivazione significa produrre eccedenze per il mercato illegale, parlare di coca zero sarebbe disconoscere le sue qualità: parlare di coca zero è parlare di movimento indigeno zero. Ma la lotta ai narcos negli Usa è un pretesto che nasconde una lotta di carattere geopolitico: con la lotta al narcotraffico gli Stati uniti creano basi militari. Ciò che stiamo prevedendo nella nuova costituzione è che la Bolivia non accetterà nessuna base militare, nordeamericana o di qualsiasi altro paese. Se parliamo di una lotta reale e effettiva al narcotraffico, allora non va solo attaccata l'offerta ma anche la domanda. E la domanda viene da voi, dall'occidente. E poi bisogna farla finita col segreto bancario. Non è possibile che stati e nazioni proteggano il narcotraffico attraverso il segreto bancario.
Che pensa di Ahmadinejad, con cui ha appena firmato un accordo nucleare? Ha diritto a un programma atomico?
Gli accordi e le relazioni commerciali e diplomatiche della Bolivia non saranno mai orientate a politiche che si propongano di sopprimere vite, siamo per una cultura della vita e non perseguiremo mai programmi che la minaccino. Alcuni paesi criticano i programmi nucleari, ma chi lo può fare? Solo chi quelle armi non le ha. Con che morale paesi che hanno arsenali nucleari interi, mettono in discussione quelli degli altri? O tutti o niente. Per noi, meglio niente. Nelle guerre perdono solo i poveri e vincono i ricchi, la guerra serve solo perché qualche gruppo continui ad accululare capitale.
Che relazione ha con la chiesa cattolica?
Ho molto rispetto di molti sacerdoti e di suore di base, lavoriamo molto con loro in scuole e ospedali. Ma sento di avere differenze con le gerarchie della chiesa cattolica in Bolivia. Cosa accade in Italia non lo so, ma in Bolivia alcuni gerarchi cattolici suonano le campane per protestare contro Evo Morales.
Roberto Zanini (il manifesto 30/10/2007)
L'Avana si sta aprendo e Washington lo sa
sinistracritica | 29 Ottobre, 2007 15:15
Impantanato in Iraq e in Afghanistan, ossessionato dalla crescita dell'Iran come potenza regionale (conseguenza diretta delle guerre nei summenzionati paesi), il dipartimento di stato americano si è accorto che il Sudamerica è in subbuglio. Il suo ultimo grande intervento nella regione è stato il rude tentativo di rovesciare il governo democraticamente eletto in Venezuela. Era il 2002, un anno prima dell'avventura in Iraq. Da allora un'onda di unità bolivariana ha spazzato il continente, vincendo in Bolivia e in Ecuador, diffondendosi in Perù e in Paraguay e soprattutto rompendo il lungo isolamento di Cuba. Ciò ha causato panico a Miami.
La piccola isola che ha sfidato interventi, minacce e blocchi per più di mezzo secolo rimane un'ossessione imperiale. Washington ha atteso la morte di Fidel per poter cercare o retribuire la defezione di pezzi dell'apparato militare e poliziesco (e senza dubbio anche di scelti aparatchikni di partito). L'ultimo discorso di Bush è un segno di panico. Erano così certi di raggiungere l'obiettivo con una vagonata di dollari, da non aver studiato molto altro negli ultimi anni.
Ma ieri ci è stato detto, senza ombra di ironia, che Raul Castro è inaccettabile perché è il fratello di Fidel e che non è questa la transizione che Washington aveva in mente. E' gustoso che W., di cui sono note le connessioni familiari, non menzioni il fatto che nel caso la signora Clinton sia nominata ed eletta due sole famiglie saranno state al potere per oltre due decenni.
Ciò che ha preoccupato i Bush brothers e la loro clientela in Florida è il fatto che Raul Castro abbia incoraggiato un dibattito aperto sul futuro dell'isola. La cosa non è popolare tra gli aparatchik, ma indubbiamente ha avuto un impatto.
La censura di stato non è solo profondamente impopolare ma ha azzoppato il pensiero creativo nell'isola, e la nuova apertura ha fatto emergere le vecchie contraddizioni. I film-maker cubani ad esempio stanno sfidando pubblicamente i burocrati. Pavel Giroud, un conosciuto regista, spiega: «Qui la censura è esattamente come altrove, tranne per il fatto che Cuba è un'osservata speciale. Network e pubblicazioni in tutto il mondo hanno linee editoriali e tutto ciò che non le rispetta viene tagliato. Negli Stati uniti la Hbo ha rifiutato di trasmettere il documentario di Oliver Stone su Fidel Castro perché non aveva il focus richiesto, e hanno insistito per un'altra intervista con Fidel. In altre parole, ciò che Stone aveva da dire non importava, ciò che importava è ciò che il network voleva mostrare. Personalmente, preferisco che un mio lavoro non venga trasmesso piuttosto che mi chiedano di cambiarlo o tagliarlo. Delle spiegazioni non mi importa nulla, non ci sarà mai una ragione buona abbastanza per chi viene zittito. La banalità è favorita dappertutto, basta accendere qualsiasi canale musicale del mondo: le star machiste del reggaeton fanno le stesse sculettate, i cantanti «in» eseguono lo stesso gesto seduttivo, le stesse riprese al rallentatore di scene d'amore al tramonto... Non siamo noi qui a Cuba i principali produttori di questa roba. E lo stesso accade in politica. Il broadcaster sa che un video pieno di apprezzamenti al sistema non causerà alcun problema, i creativi sanno che andranno in tv molto più in fretta se scrivono una canzone, producono un film o dipingono un quadro che apprezza una figura politica».
Che il sistema cubano abbia bisogno di riforme è cosa largamente accettata nel paese. Mi è stato detto spesso che la decisione «impostaci dall'embargo» di seguire il vecchio modello sovietico «non è stata benefica». Adesso c'è una scelta, è tra Washington e Caracas. E mentre un leggero strato di elite cubana sarà tentato dai dollari, la maggior parte dei cubani preferiranno un modello diverso. Non vogliono vedere la fine del loro sistema sanitario o educativo, ma vogliono più diversità politica ed economica, anche se il modello del Grande Fratello sotto la cui ombra vivono non offre esattamente questa scelta.
Tariq Ali (il manifesto 25/10/2007)
NO ALLA FINANZIARIA
sinistracritica | 29 Ottobre, 2007 12:21
(ANSA) - ROMA, 25 OTT - ''La crisi del governo e' una crisi strutturale. Quando si danno alla Fiat 5000 euro a dipendente di riduzione del cuneo fiscale e l'azienda ne ''restituisce'' solo 30 ai suoi dipendenti siamo alla farsa. Bertinotti propone una soluzione politica di 'palazzo' a una crisi che e' strutturale e con cio' strappa con la storia politica di Rifondazione che non ha mai accettato la prospettiva dei governi tecnici o istituzionali. Noi vogliamo restare al merito, non ci piacciono i giochi di palazzo, ne' le manovre berlusconiane''.
Lo dicono Franco Turigliatto, senatore della Sinistra Critica e Salvatore Cannavo', deputato del Prc-Sinistra Critica anunciando che voteranno il decreto collegato ma non la Finanziaria. Oggi, nel corso di una conferenza stampa che si e' svolta in Senato i due parlamentari hanno illustrato le loro posizioni e le richieste affermando di non considerarsi dentro la maggioranza.
''Come detto a marzo, votiamo di volta in volta in base ai provvedimenti. Sulla base di questo siamo disponibili a votare il decreto ma non la Finanziaria e tanto meno il Protocollo sul Welfare . Siamo consapevoli che se cade Prodi il quadro non migliora ma riteniamo che il problema principale in Italia oggi e' l'assenza di un'opposizione di sinistra alle politiche liberiste''.
''Se c'e' sfiducia, disincanto, demoralizzazione e' perche' la sinistra e' completamente interna al governo del sistema. La stessa manifestazione del 20 ottobre e' prigioniera di questa contraddizione e gli sviluppi futuri mostreranno che da una relazione diretta con il governo - appoggiarlo nella sua linea liberista o votargli contro - non si potra' sfuggire'' .
''Siccome pensiamo che il problema principale sia costruire un'opposizione sociale, dando continuita' al milione di No al referendum e anche ai contenuti radicali del 20 ottobre, siamo pienamente impegnati nella costruzione di appuntamenti 'sociali' come lo sciopero del 9 novembre e la manifestazione di Vicenza del 15 dicembre. Presenteremo degli emendamenti significativi alla Finanziaria che invertano la tendenza degli ultimi quindici anni. Non siamo disposti a votare questa finanziaria. Non presenteremo emendamenti al Protocollo perche' il Protocollo e' inemendabile. La sua filosofia d'insieme - concludono - recepisce la legge Maroni e la legge 30 contro cui abbiamo lottato e contro cui siamo stati eletti''. (ANSA).
FINANZIARIA: TURIGLIATTO (SC), VOTERO' NO ANCHE A FIDUCIA
Roma, 25 ott. (Adnkronos) - Gli esponenti di Sinistra critica ribadiscono il proprio no alla Finanziaria e al ddl che raccoglie il protocollo sul welfare, se non verranno accolti gli emendamenti presentati in Senato alla manovra, mentre sono "disponibili ad un voto favorevole sul decreto legge che accompagna la Finanziaria anche se non e' meraviglioso". Nel corso di una conferenza stampa a palazzo Madama, lo hanno sottolineato il deputato Salvatore Cannavo' ed il senatore Franco Turigliatto. "O si torna ad una politica di contenuti -ha detto Cannavo'- o si lavora alla manovra di palazzo e allora non ha senso ricostruire una unita' a sinistra". Cannavo' ha puntato l'indice sulle ultime scelte di Rifondazione e della maggioranza. Per quanto riguarda la Finanziaria "chi dice che e' leggera -ha ricordato Turigliatto- in qualche modo racconta la verita' su quella passata che dava tutto alle imprese e nulla ai lavoratori", e per quanto riguarda il protocollo "e' inemendabile" ed e' quindi scontato il voto contrario. "Come detto a marzo -hanno ricordato i due parlamentari- votiamo di volta in volta in base ai provvedimenti. Sulla base di questo siamo disponibili a votare il decreto, ma non la Finanziaria e tanto meno il protocollo sul welfare. Siamo consapevoli che se cade Prodi il quadro non migliora, ma riteniamo che il problema principale in Italia e' l'assenza di una opposizione di sinistra alle politiche liberiste". I parlamentari hanno riferito di emendamenti "significativi che saranno presentati alla Finanziaria per invertire la tendenza degli ultimi 15 anni".
Dopo il 20 ottobre
sinistracritica | 25 Ottobre, 2007 15:48
Verso lo sciopero generale e la manifestazione di Vicenza
di S. Cannavò (da Il Manifesto 25/10/2007)
La grandezza della manifestazione del 20 ottobre mostra un potenziale per opporsi alle politiche liberiste del governo Prodi e agli accordi concertativi. Male hanno fatto coloro che hanno cercato di minimizzare quel milione di No alla «consultazione» di Cgil, Cisl e Uil e male farebbero coloro che ricercassero una mediazione sul Protocollo che recepisce la legge Maroni e la legge 30 in alcuni casi peggiorandole.
Molte di queste istanze hanno attraversato uno spazio che si è presentato per esprimere forme di partecipazione a volte sovrapposte: la contrarietà alle scelte del governo ma anche la speranza che il governo non cada; la risposta alle primarie del Pd con l'esibizione di un orgoglio di sinistra, il «left day» ben visibile nello sventolio ostentato delle bandiere rosse. Un successo, quindi, nel quale, però, anche dopo la riuscita della manifestazione, permangono tre contraddizioni, alla base delle nostre divergenze, che condizioneranno i prossimi passaggi politici.
Il primo nodo è il rapporto con il governo. Se è vero che il corteo è stato attraversato anche da una insofferenza diffusa verso il governo, è anche vero che il segno politico non è stato di opposizione a Prodi. Anzi, la sensazione che il corteo sia servito, da sinistra, a equilibrare il vero contraccolpo ricevuto dall'esecutivo, e cioè le primarie del Pd e la vittoria schiacciante di Veltroni, permane tra tutti gli osservatori. Dopo il 20 ottobre Prodi si è potuto ricollocare agilmente al centro dell'Unione proponendosi come collante di due aree diverse, a volte contrapposte, ma che non hanno intenzione di dividersi. Non è un caso che il diffuso no alla precarietà non si è sostanziato in una rivendicazione precisa, il No al Protocollo, lasciandone l'interpretazione alla politica istituzionale. Da qui la seconda contraddizione, la delega in bianco ai soggetti organizzati, partiti, gruppi parlamentari, sindacati. Come andrà la discussione parlamentare, ci saranno ancora altre iniziative di lotta, quali organismi si depositeranno sui territori e nei luoghi di lavoro? Il punto è che la manifestazione, come le primarie del resto, ha rappresentato un «evento» con una partecipazione densa e liquida allo stesso tempo, capace di aggrumarsi significativamente in una giornata per poi rifluire senza lasciare «movimento» se non una delega in bianco incassata da chi ha la forza per farlo. E' stato così anche per il movimento no-global anche se in quel caso la delega non riguardava il governo del paese. Questa modalità ci interroga tutti perché attiene al modo in cui si costruisce davvero la partecipazione politica e la si rende un «movimento» che vada oltre «l'evento».
Ecco dunque la terza contraddizione: la logica conseguenza del 20 non sembra essere la proposta di un allargamento del movimento, l'indizione di un percorso di lotta, unitario e radicale, quanto la produzione di uno sbocco politico-partitico nella «cosa rossa». Un esito in larga parte preventivabile, insito nelle direttrici che hanno dato vita alla giornata, ma, per quanto ci riguarda, non adeguato alla necessaria alternativa di sinistra che va costruita alla sinistra del Pd; un'alternativa che continuiamo a ritenere debba essere anticapitalista e indisponibile al governo del moderno capitalismo.
Se si vuole dare una prospettiva di movimento alla giornata del 20, quindi, la discussione deve svolgersi sul piano delle iniziative possibili e dei loro contenuti. Il contrasto al governo è oggi obbligato: dopo un anno e mezzo di «servizio» ai padroni e di subordinazione alla guerra, la misura è colma e le settimane prossime mostreranno che la strada della «pressione continua» non esiste: o si accettano le compatibilità o si rompe.
Davanti a noi ci sono dunque due appuntamenti importanti e utilizzabili da tutti: lo sciopero generale e generalizzato del 9 novembre e la tre giorni vicentina del 14,15 e 16 dicembre. Nel primo caso sarebbe davvero positivo che tutti quelli che hanno a cuore il rigetto del ddl sul welfare partecipassero alla giornata con le loro bandiere, collocazioni e modalità, per una grande giornata d'opposizione generalizzata capace di incidere sulle scelte politiche. Il 15 dicembre a Vicenza costituisce la possibilità di riprendere sul serio la lotta contro la guerra e non solo. Lì, se il movimento di Vicenza lo vuole e lo propone, sarebbe possibile ritrovare tutti i «no» che si sono espressi e si stanno esprimendo dando forma e voce al movimento possibile oggi. Se è vero che la lotta continua, abbiamo molte occasioni per fare della strada assieme.
Finanziaria 2008: più 11% di spese militari
sinistracritica | 19 Ottobre, 2007 13:12
GOVERNO PRODI, GOVERNO DI GUERRA
La Finanziaria del 2008 prevede un aumento dell'11% delle spese militari rispetto al 2007 (oltre due miloni di euro). Aumento che segue quello del 2007 (più 13%, cioè più 22 milioni di euro rispetto alla Finanziaria 2006 e del governo Berlusconi.
Aumenta anche la spesa militare nel mondo come certificato dallo Stockholm international peace research institute (Sipri) di Stoccolma: un 3,5% in più nel 2007, con un giro d'affari di oltre mille miliardi di dollari. 184 dollari a testa. Merito di Afghanistan e Iraq ma anche della grande paura del terrorismo.
Tornando all'Italia: 23.352 milioni di euro nella Finanziaria 2008 saranno destinati a spese militari.
Così ripartiti:
115 milioni per le funzioni esterne,
230 milioni per le pensioni provvisorie,
5.358 milioni per i carabinieri,
15.224 milioni a esercito, aeronautica e aviazione (di cui 3.500 milioni ammodernamento di mezzi e infrastrutture, 77 milioni
Altre spese non figurano a bilancio: ad esempio il 1 miliardo di euro per le missioni all'estero (19 in cui la parte del leone tocca a Libano e Afghanistan).
155 milioni stanziati per le fregate Freem (fregate multimissione europee),
968 milioni per gli intercettatori Eurofighter,
L'Italia partecipa anche al progetto di costruzione del Joint Strike Fighter (F-35), aereo da combattimento monomotore, velocissimo e con stive anche per ordigni nucleari. Dopo l'ultima informativa al parlamento del gennaio 2007 (senza che però vi fosse alcun voto, nota Sbilanciamoci), la Difesa ha firmato negli Usa l'accordo per passare alla fase iniziale di quello che è considerato il «programma più costoso della storia della difesa americana», che non ha per altro cifre certe: si è parlato di 275 miliardi di dollari per 2700 velivoli con costo unitario di 50/70 milioni. L'Italia dovrebbe acquistare (e in parte partecipare alla costruzione) di 131 esemplari. Un'ipoteca sul futuro circondata da segreti e dubbi sulla possibile lievitazione (in parte già avvenuta) dei prezzi.
Le basi militari straniere su suolo italiano:
1.546 edifici posseduti dagli Usa che ne affittano altri 1.168 (2 mln di mq in totale). Il fatto è che il loro mantenimento compete però a noi con un contributo alle spese del 41% (366,54 milioni di dollari).
Servizio civile: 303 milioni di euro contro i 500 necessari per avviare al servizio civile 60mila giovani. Benché per il 2008 sia previsto un aumento (da 257 a 303), nel 2009 e 2010 tornerà alla cifra attuale.
fonte: dossier Sbilanciamoci
il manifesto 18 ottobre '07
C'E' CHI DICE NO!
sinistracritica | 16 Ottobre, 2007 19:04
Il 23 luglio scorso il Governo Prodi ha firmato con sindacati confederali ed imprese un protocollo d’intesa che, se trasformato in legge, inciderà profondamente sulla vita lavorativa di tutti gli italiani. Ecco i punti salienti:
Gli scalini: peggio dello scalone. La trappola dello scalone di Maroni viene diluita nel tempo introducendo un sistema di “scalini” con i quali i requisiti per andare in pensione aumenteranno finché dal 2013 occorreranno 36 anni di contributi e 61 anni di età, oppure 35 di contributi e 62 anni di età. Non solo lo scalone non viene abolito ma a regime l’età pensionabile viene aumentata di 2 anni rispetto alla riforma Maroni.
Esenzione dei lavori usuranti, MA… Per i lavoratori che svolgono mansioni usuranti (turnisti, minatori ecc…) è previsto uno anticipo di 3 anni per l’età pensionabile, MA i fondi stanziati coprono solo 5000 lavoratori all’anno, e quindi verrà stilata una graduatoria per poter accedere alla pensione. Inoltre a regime anche i lavoratori “usurati” dovranno attendere i 58 anni, quindi la situazione è peggiorativa rispetto a quella attuale.
Revisione dei coefficienti: pensione più bassa per tutti! Dal 1° gennaio 2010 saranno diminuiti fra il 6 e l’8% (a seconda dell’età di pensionamento) i coefficienti di trasformazione, ovvero l’importo della pensione rispetto all’ultimo stipendio percepito. Inoltre i coefficienti verranno rivisti ogni 3 anni e fissati per decreto senza nemmeno l’obbligo di consultare le organizzazioni sindacali.
Innalzamento delle pensioni più basse: l’elemosina! Le pensioni più basse che riguardano una platea di circa 3 milioni di pensionati, e che erano ormai completamente erose dall’inflazione, verranno aumentate di 33 euro al mese! Davvero una miseria per chi non arriva alla 4° settimana…
Lotta alla precarietà: nulla si muove! Alla faccia della tutela dei più giovani, la legge 30 rimane sostanzialmente immutata: i contratti co.co.pro. e lo staff leasing vengono mantenuti; i limiti imposti ai contratti a termine sono ridicoli, perché potranno essere rinnovati dopo 3 anni di occupazione nella stessa azienda: basterà farlo presso l’Ufficio del Lavoro alla presenza di un sindacalista, e non ci sarà nessun obbligo di trasformazione a tempo indeterminato. Nulla cambia per i contratti interinali, che rimangono privi di vincoli.
Straordinari a tutto spiano! Viene eliminata la contribuzione maggiorata che oggi è caricata sulle ore straordinarie. In questo modo gli straordinari costeranno come le ore ordinarie, con la ovvia conseguenza che i padroni ne faranno ancora più massicciamente ricorso, invece di assumere nuovo personale.
Ma il fatto più grave è che l’ intesa penalizza in maniera impressionante le giovani generazioni: con l’aumento dell’età pensionabile e degli straordinari ci saranno meno posti di lavoro e quindi più disoccupazione, un precariato a vita renderà più difficile accumulare i contributi necessari alla pensione e, una volta raggiunta, l’importo sarà da fame!
spotNoaccordo.mp3
7 ottobre :: assemblea nazionale a Roma
8-9-10 ottobre :: vota NO alla consultazione
9 novembre :: sciopero generale e generalizzato
Per la libertà e i diritti dei migranti
sinistracritica | 16 Ottobre, 2007 11:26
Mobilitazione migranti 27 e 28 ottobre
La legge Bossi-Fini è ancora in vigore e non sembra ci sia la volontà di abrogarla, nemmeno di superare gli aspetti più razzisti che continuano a provocare il peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro dei migranti. Abbiamo sentito nell’ultimo anno tante promesse, nessuna si è tradotta in realtà. Nei fatti non abbiamo visto alcuna discontinuità con i governi precedenti. Anzi abbiamo assistito ad un aumento di episodi razzisti di una gravità allarmante: amministratori locali che incitano la popolazione a cacciare rom e migranti. I migranti non sono considerati persone, soggetti che vogliono affermare i propri diritti sociali e politici, ma donne e uomini da usare nelle fabbriche, nel commercio, nelle cooperative come forza lavoro precaria e sottopagata.
Da quasi due anni i migranti e le loro famiglie sono costretti a pagare centinaia di euro per ogni rinnovo del permesso di soggiorno. Gran parte di questi soldi vanno alle Poste Italiane senza che forniscano un servizio e un’assistenza adeguati. L’accordo tra lo Stato e le Poste si è rivelato solo un grande affare per le Poste e le casse dello Stato, un ulteriore costo per i migranti e un notevole allungamento dei tempi per rinnovare i permessi di soggiorno.
Bisogna trasferire tutte le pratiche dalle questure e dalle Poste agli enti locali, comuni e circoscrizioni, in modo che i migranti non siano più costretti a fare umilianti code davanti agli sportelli e perché finalmente i permessi di soggiorno siano una normale certificazione amministrativa.
Il legame tra permesso di soggiorno e contratto di lavoro continua ad essere il principale motivo della precarietà dei migranti oltre che rappresentare un costo economico e sociale eccessivo per i migranti: basti pensare che per lavorare i migranti devono avere una casa idonea con tanto di certificazione a norma degli impianti idraulico e elettrico.
La diffusione dei cosiddetti regolamenti e patti sulla sicurezza sta alimentando un clima sociale ostile nei confronti dei migranti. I CPT continuano a essere aperti e svolgere la loro funzione repressiva e di controllo della libertà dei migranti.
E’ necessaria una nuova sanatoria, base di partenza per l’introduzione della regolarizzazione permanente, di tutti i migranti presenti sul territorio.
E venuto il momento che i migranti e gli antirazzisti riprendano la parola e si mobilitino in prima persona in due scadenze nazionali: il 27 ottobre a Brescia e il 28 ottobre a Roma.
Sabato 27 ottobre ore 15.00
piazza della Loggia – Brescia
· per l’abrogazione del protocollo di intesa con Poste Italiane basta dare i soldi alle poste per i permessi di soggiorno.
· per la rottura netta del legame tra il permesso di soggiorno e il contratto di lavoro, fonte di precarietà e di ricatto sui luoghi di lavoro.
· per la chiusura definitiva dei Centri di Permanenza Temporanea (CPT) in cui continuano ad essere rinchiusi i migranti che non hanno commesso alcun reato. No ai regolamenti e ai patti sulla sicurezza che colpiscono i migranti e alimentano il razzismo
· per la sanatoria e la regolarizzazione permanente di tutti/e i/le migranti presenti sul territorio
· per l' abrogazione della Bossi-Fini
· per il rimborso dei contributi pagati per chi rientra definitivamente nel proprio paese
Adesioni
Associazione Diritti per tutti (Immigrati in lotta), Coordinamento Immigrati Cgil Brescia e Provincia, Forum delle Associazioni degli Immigrati, Associazione Multietnica Castegnato, Centro islamico Vobarno e Valle Sabbia, Associazione islamica Mohammadiah, Associazione Sri Lanka-Italia, Tavolo Migranti ,Centro sociale Magazzino 47, Radio Onda d’Urto, Centro sociale 28 maggio SdL Intercategoriale, Centro islamico Bresciano, Confederazione Cobas, Associazione Sinistra Critica, Circolo Fai-Arci, Associazione Italia – Bangladesh, Giovani Comunisti Brescia, Associazione Il Maghreb, Associazione Essalam, Associazione Immigrati Franciacorta, Centro Islamico di Sarezzo, Coordinamento Immigrati Bergamo, Coordinamento Migranti Bologna, Gruppo Migranti Torino, Rete Cittadini di Fatto Milano, Laboratorio antirazzista L’Incontro La Spezia, Coordinamento Migranti Vicenza, Federazione RdB/CUB, Aiscafrica Modena, Associazione Ci Siamo Anche Noi, Coordinamento Nazionale di Organizzazioni ed Associazioni Peruviane in Italia, Cooperativa Pavese Sicurezza e Solidarietà, Associazione Dimensioni Diverse – Milano, Partito Umanista di Milano, Coordinamento Nord Sud del mondo Milano, Prc Federazione di Brescia, Associazione Interculturale Todo Cambia Milano, Associazione lavoratori senegalesi della Vallesabbia, Comunita Immigrati Valcamonica, Kollettivo Studenti in Lotta di Brescia, Le Scuole Senza Permesso di Milano
NO DAL MOLIN: 20 ottobre? no grazie
sinistracritica | 16 Ottobre, 2007 10:38
NOTA DEL PRESIDIO PERMANENTE NO DAL MOLIN
SULLA MANIFESTAZIONE NAZIONALE DEL 20 OTTOBRE A ROMA
L’assemblea del Presidio Permanente No Dal Molin, riunita il 16 ottobre, ha deciso di non aderire alla manifestazione di Roma di sabato 20 ottobre.
Condividiamo quanto hanno scritto i comitati No Tav: anche a nostro avviso “la manifestazione si configura, al di là dei tentativi di raddrizzarne il tiro da parte di alcuni dei promotori stessi, come un estremo quanto inutile tentativo di dare più forza a quei partiti dell’area di governo che subiscono le scelte più conservatrici e reazionarie della maggioranza”.
Vicenza ha vissuto il tradimento di un Governo che non solo aveva promesso di ascoltarla, ma che aveva parlato, nel proprio programma pre-elettorale, di riduzione delle servitù militari e dialogo con le comunità locali. Un Governo che pur di concedere una parte di territorio nazionale all’esercito di una potenza straniera con un recente curriculum di guerre d’aggressione preventive in barba al diritto internazionale, è disposto a calpestare i dettati costituzionali e lo spirito e gli elementari diritti della democrazia.
Quanto avvenuto in questo anno e mezzo, con il rifiuto di riconoscere un valore alla partecipazione di tanti cittadini e, addirittura, il tentativo di delegittimare il nostro movimento attraverso la criminalizzazione, ci da l’idea di un Governo chiuso nel fortino, indisponibile verso la cittadinanza e impassibile di fronte alla richiesta di maggior democrazia e partecipazione.
Non si tratta di anti-politica, come qualcuno potrebbe facilmente, quanto banalmente, concludere; il movimento vicentino ha dimostrato di sapersi confrontare con chiunque incontrando, in passato, anche Ministri e sottosegretari. Proprio queste esperienze ci convincono che non esiste, oggi, la possibilità di “rafforzare il Governo cambiandone la rotta”, come invece sostengono alcuni segretari di partito.
Concordiamo e siamo perfettamente consapevoli che la politica debba essere “ politica di donne e di uomini e torni ad essere partecipazione, protagonismo, iniziativa collettiva ” e che “ la fatica della democrazia non può essere solo un voto quinquennale, o un pronunciamento sporadico a favore o contro una delega” e per questo da molti mesi abbiamo stravolto le nostre vite dedicando tempo ed energie in un quotidiano impegno politico e sociale, individuale e collettivo.
Molti di voi ci sostengono e hanno sfilato con noi a Vicenza il 17 febbraio scorso in una grande manifestazione che chiedeva al Governo di riconsiderare la vicenda Dal Molin e alla quale parteciparono anche segretari di partito della maggioranza. Com’è finita? Il Governo non ha fatto una piega, ha ribadito la decisione e scelto di non parlarne più e i due senatori dissidenti, che votarono secondo coscienza, sono stati espulsi dai rispettivi partiti per non essersi attenuti ad un’ipocrita disciplina interna.
E, del resto, il noto dodecalogo di Prodi, firmato da tutti all’indomani all’indomani della caduta del Governo, mette la realizzazione del Dal Molin e di altre infrastrutture tra i primi punti; quel dodecalogo rappresenta la chiusura di ogni possibile confronto con le comunità in lotta che difendono la propria terra.
Qualcuno ha dichiarato, a proposito della non adesione dei comitati valsusini, che i No Tav “hanno deciso di isolarsi”; noi crediamo che non ci sia alcun isolamento nello stare tra la gente, nel vivere la quotidianità all’interno dei nostri presidi, nel difendere l’autonomia dei movimenti anche non aderendo ad iniziative di soggetti che, in questi mesi, hanno avuto con noi un rapporto dialettico.
Assieme alla terra, all’acqua, all’aria, anche il movimento è per noi un bene comune; come tale, non può diventare una bandiera da sventolare laddove possa far comodo. Ci auguriamo, dunque, che, pur partendo da posizioni diverse, possa continuare ad esistere un confronto dialettico e costruttivo, nel rispetto dei reciproci ambiti e delle diverse posizioni di merito.
14-15-16 dicembre NO DAL MOLIN
sinistracritica | 16 Ottobre, 2007 08:35
14, 15, 16 dicembre: 3 giorni di mobilitazione europea a Vicenza
Da oltre un anno, uomini e donne della città di Vicenza stanno lottando contro la costruzione di una nuova, immensa struttura militare statunitense, che non vogliamo sia costruita né nella nostra città nè altrove. Una lotta che vede accomunate persone di diversi orientamenti politici, con culture, linguaggi e storie diverse tra loro. Questa battaglia affonda le proprie radici nella difesa della terra e nel no determinato alla guerra, fonte di lutti e tragedie, nella richiesta di pace. La politica “ufficiale” ha mostrato, in tutta questa vicenda, il peggio di sé, tentando d'imporre una scelta del genere ad una comunità fortemente contraria. Senza alcuna differenza, i governi italiani di centrodestra e centrosinistra hanno deciso di passare sopra le teste dei cittadini.
Difesa dei beni comuni e del territorio, no alla guerra e nuove forme di democrazia e partecipazione ai processi decisionali, piena autonomia rispetto alla “politica”: questi sono stati, per noi del Presidio Permanente contro il Dal Molin, i punti cardinali per mantenere la rotta dentro questa vicenda. Insieme a molti altri uomini e donne di tutta Italia, abbiamo dato vita a manifestazioni imponenti, a cui hanno partecipato centinaia di migliaia di persone. Eravamo partiti dai nostri quartieri, nel silenzio, con poche forze, siamo riusciti a portare la contraddizione sul piano nazionale. Abbiamo appena concluso un festival, a cui hanno partecipato almeno 30.000 persone, per rilanciare la nostra lotta contro questo progetto di guerra. Siamo convinti che si debba però andare oltre, che anche questi stretti confini vadano superati. Abbiamo conosciuto, in questo nostro percorso, realtà in tutta europa molto simili alla nostra. Abbiamo incrociato forme di resistenza e di difesa dei beni comuni, del territorio e delle risorse naturali, così come comitati, associazioni e movimenti che lottano come noi per impedire l'installazione di nuove strutture militari funzionali alla guerra permanente e contro un folle processo di riarmo, e con tutte queste esperienze abbiamo condiviso l'assoluta mancanza di democrazia nei processi decisionali. Come un copione unico, abbiamo sentito le storie di chi, da Venezia con il Mose alla Val di Susa con l'Alta Velocità, da Napoli con i rifiuti a Cameri con la costruzione degli F-35, dalla Repubblica Ceca alla Germania, dall'Olanda a Heathrow, da Varsavia a Londra, ha impattato con un potere che si allontana sempre più dai bisogni e dalle volontà dei cittadini, imponendo dall'alto scelte non condivise.
Ora vogliamo superare nuovi confini. Siamo convinti che oggi sia possibile costruire uno spazio comune dei movimenti che, nelle loro differenze e peculiarità, portano avanti istanze di democrazia reale. Non vogliamo proporre forme di sintesi o semplificazione, non vogliamo costruire un movimento europeo che annulli le specificità di ognuno. Al contrario, vogliamo ragionare sulla costruzione di una rete in grado di far risaltare la ricchezza di questi movimenti. Per quel che ci riguarda abbiamo sempre preferito lavorare per allargare la partecipazione, per costruire spazi d'inclusione.
Siamo convinti che oggi l'Europa possa essere, allo stesso tempo, uno spazio attraversabile da queste istanze e una dimensione praticabile dai movimenti, nella loro autonomia, per produrre risultati effettivi, per misurare nel concreto la forza delle lotte. Abbiamo indetto, come Presidio Permanente contro il Dal Molin, un'iniziativa europea nei giorni 14, 15 e 16 dicembre, a Vicenza, con una grande manifestazione dei cittadini europei sabato 15 dicembre contro il progetto Dal Molin. Vogliamo, in quei giorni, far convivere queste complessità, metterle in relazione, con momenti di discussione e iniziative sul terreno della pace e del no alla guerra, della difesa del territorio e dei beni comuni, per ripensare assieme alle forme di partecipazione di fronte alla crisi della democrazia rappresentativa, sempre più autoreferenziale e lontana dai bisogni e dalle istanze dei cittadini. La proposta che facciamo è quella di costruire assieme un primo momento di discussione europeo, da tenersi a fine ottobre, per preparare nel migliore dei modi la scadenza di dicembre.
Presidio Permanente, 20 settembre 2007
Che ne facciamo dell'Iran? Israele, gli Usa, e la prossima guerra
sinistracritica | 16 Ottobre, 2007 08:30
Per il presidente Bush, l'idea di un attacco fatto solo con l'aviazione, i missili e le portaerei è una sicura tentazione. Ma se conflitto sarà, presto gli americani avranno la sensazione che il fango iracheno sia panna montata, in confronto al pantano iraniano
Uri Avnery
Qualche tempo fa uno stimato giornale americano ha messo a segno uno scoop: il vicepresidente Dick Cheney, Re dei Falchi, avrebbe escogitato un piano machiavellico per attaccare l'Iran. In sostanza: Israele inizierà bombardando un'installazione nucleare iraniana, l'Iran reagirà lanciando missili contro Israele, e questo servirà come presteso per un attacco americano all'Iran.
Troppo arzigogolato? In realtà no. Il piano è piuttosto simile a ciò che avvenne nel 1956. Allora Francia, Israele e Gran Bretagna progettarono di attaccare l'Egitto per rovesciare Gamal Abd-al-Nasser (un «cambio di regime», si direbbe oggi). Fu deciso di lanciare paracadutisti israeliani vicino al Canale di Suez: il conflitto conseguente sarebbe servito da pretesto a francesi e britannici per occupare l'area del Canale, allo scopo di «garantirsi» quella via di navigazione. Il piano fu messo in atto (e fallì miseramente).
Cosa succederebbe se aderissimo al piano di Cheney? I piloti israeliani rischierebbero la vita per bombardare le installazioni iraniane, difese con armi pesanti. Poi i missili iraniani pioverebbero sulle città di Israele. Centinaia, forse migliaia di persone sarebbero uccise. E tutto, per fornire agli americani un pretesto per andare in guerra. Il pretesto reggerebbe? Gli Usa sono tenuti a scendere in guerra al nostro fianco, anche quando la guerra è causata da noi? In teoria sì. Gli attuali accordi dicono che l'America deve intervenire in aiuto di Israele in qualunque guerra, chiunque l'abbia cominciata.
Ha qualche sostanza l'indiscrezione del giornale americano? Difficile dirlo. Ma rafforza il sospetto che un attacco all'Iran sia più imminente di quanto comunemente si immagini.
Bush, Cheney e compagnia. intendono davvero attaccare l'Iran? Non lo so, ma il mio sospetto che possano farlo si sta rafforzando. Perché? Perché George Bush si sta avvicinando al termine del suo mandato. Se questo dovesse finire così come le cose appaiono ora, sarà ricordato negli annali della repubblica come un presidente pessimo, se non il peggiore. La sua presidenza è iniziata con la catastrofe delle Torri Gemelle, cosa che non ha dato una buona immagine delle agenzie di intelligence, e si chiuderebbe con il tragico fallimento dell'Iraq.
Gli è rimasto solo un anno di tempo per fare colpo sull'opinione pubblica e salvare il suo nome nei libri di storia. In situazioni come queste, i leader tendono a cercare avventure militari. Considerati i tratti caratteriali di cui ha dato prova, l'opzione guerra appare assai preoccupante.
E' vero, in Iraq e Afghanistan l'esercito americano è impantanato. Neanche persone come Bush e Cheney potrebbero sognarsi, in questo momento, di invadere un paese quattro volte più grande dell'Iraq, con il triplo della popolazione.
Ma probabilmente i guerrafondai stanno sussurrando nell'orecchio di Bush: non c'è bisogno di invadere l'Iran. E' sufficiente bombardarlo, così come abbiamo bombardato la Serbia e l'Afghanistan. Useremo le bombe più intelligenti e i missili più sofisticati contro circa duemila target, per distruggere non solo i siti nucleari iraniani, ma anche le loro installazioni militari e gli uffici del governo. «Li bombarderemo fino a farli tornare all'età della pietra», come disse una volta un generale americano a proposito del Vietnam, o «gli metteremo indietro l'orologio di vent'anni», come ha detto a proposito del Libano il generale dell'aeronautica israeliano Dan Halutz.
L'idea è allettante. Gli Stati Uniti userebbero solo l'aviazione, missili di tutti i tipi e le loro potenti portaerei, già schierate nel Golfo Persico. Tutte queste cose possono essere attivate in qualunque momento, con breve preavviso. Per un presidente fallito che si sta avvicinando alla fine del mandato, l'idea di una guerra breve e facile deve avere un'attrattiva immensa.
Sarebbe davvero una «passeggiata»? Ne dubito. Anche le bombe «intelligenti» uccidono le persone. Gli iraniani sono un popolo orgoglioso, risoluto e fortemente motivato. Sottolineano il fatto che in duemila anni non hanno mai attaccato un altro paese, ma negli otto anni della guerra Iran-Iraq hanno ampiamente dimostrato la loro determinazione a difendersi, se attaccati.
La loro prima reazione a un attacco americano sarebbe di chiudere lo stretto di Hormuz, l'accesso al Golfo. Questo strozzerebbe larga parte della fornitura mondiale di petrolio e causerebbe una crisi economica mondiale senza precedenti. Per aprire lo stretto (ammesso che ciò sia possibile), l'esercito Usa dovrebbe conquistare larghe fette del territorio iraniano e mantenerle sotto il proprio controllo. La guerra breve e facile diverrebbe lunga e difficile.
Che cosa significa questo per noi, in Israele? Possono esserci pochi dubbi sul fatto che l'Iran, se attaccato, reagirà come ha promesso: bombardandoci con i razzi che sta preparando a questo scopo. Ciò non metterebbe a rischio la vita di Israele, ma non sarebbe neanche piacevole.
Se l'attacco americano si trasformasse in una lunga guerra di logoramento, e se l'opinione pubblica americana dovesse finire per considerare questo un disastro (come sta succedendo ora per l'avventura irachena), alcuni certamente darebbero la colpa a Israele. Non è un segreto che la lobby filo-israeliana e i suoi alleati - i neo-cons (soprattutto ebrei) e i sionisti cristiani - stanno trascinando l'America in questa guerra, proprio come l'hanno trascinata in Iraq. Per la politica israeliana, i vantaggi sperati di questa guerra potrebbero trasformarsi in gigantesche perdite, non solo per Israele, ma anche per la comunità ebraico-americana.
Se il presidente Mahmoud Ahmadi Nejad non esistesse, il governo israeliano avrebbe dovuto inventarlo. Ha tutto ciò che si può desiderare in un nemico. Parla troppo. E' uno spaccone. Gli piace dare scandalo. Nega l'Olocausto. Profetizza che Israele «sparirà dalla mappa» (anche se non ha detto, come erroneamente riferito, che sarebbe stato lui a cancellare Israele dalla mappa).
Ma Ahmadi Nejad non è l'Iran. Ha vinto le elezioni, ma l'Iran è come i partiti ortodossi in Israele: non sono i suoi politici a contare, ma i suoi rabbini. E' la leadership religiosa sciita a prendere le decisioni e comandare le forze armate, e questa non usa alzare i toni del discorso, né dare scandalo. E' estremamente cauta.
Se l'Iran bramasse davvero una bomba nucleare, avrebbe agito nel massimo riserbo e tenuto il profilo più basso possibile (come ha fatto Israele). Le spacconate di Ahmadi Nejad nuocerebbero a questo tentativo più di quanto potrebbe fare qualunque nemico dell'Iran.
E' estremamente sgradevole pensare a una bomba nucleare in mani iraniane (e, a dire il vero, nelle mani di chiunque). Spero che ciò si possa evitare offrendo incentivi e/o imponendo sanzioni. Ma anche se questo non dovesse succedere, non sarebbe la fine del mondo, né la fine di Israele. In questo campo, più che in qualunque altro, il potere deterrente di Israele è immenso. Anche Ahmadi Nejad non rischierà uno scambio di regine: la distruzione dell'Iran per la distruzione di Israele.
Napoleone disse che per capire la politica di un paese, basta guardare la carta geografica. Se lo faremo, vedremo che una guerra tra Israele e l'Iran non avrebbe una ragione oggettiva. Al contrario, per molto tempo a Gerusalemme si è creduto che i due paesi fossero alleati naturali.
David Ben-Gurion auspicava una «alleanza della periferia». Era convinto che tutto il mondo arabo fosse il nemico naturale di Israele, e che, dunque, gli alleati andassero cercati ai margini del mondo arabo: Turchia, Iran, Etiopia, Ciad ecc. (Egli cercò alleati anche nel mondo arabo, in comunità non arabo-sunnite come maroniti, copti, curdi, sciiti e altri.)
Al tempo dello scià, tra l'Iran e Israele vi erano rapporti molto stretti, alcuni positivi, altri negativi, altri ancora sinistri. Lo scià contribuì a costruire un oleodotto che andava da Eilat ad Askelon, per trasportare il petrolio iraniano fino al Mediterraneo, bypassando il Canale di Suez. Il servizio segreto interno israeliano (Shabak) addestrò il suo famoso omologo iraniano (Savak). Israeliani e iraniani hanno agito insieme nel Kurdistan iracheno, aiutando i curdi contro i loro oppressori arabo-sunniti.
La rivoluzione di Khomeini all'inizio non ha messo fine a questa alleanza, l'ha solo resa sotterranea. Durante la guerra Iran-Iraq, Israele riforniva di armi l'Iran, in base al presupposto che chiunque combatta contro gli arabi sia un nostro amico. Allo stesso tempo gli americani fornivano le armi a Saddam Hussein, uno dei rari casi di divergenza tra Washington e Gerusalemme. Questa fu colmata nell'affair Iran-Contra, quando gli americani aiutarono Israele a vendere armi agli Ayatollah.
Oggi tra i due paesi sta infuriando una battaglia ideologica, ma questa è combattuta soprattutto a livello retorico e demagogico. Oserei dire che a Ahmadi Nejad non importa un fico secco del conflitto israelo-palestinese, lo usa per stringere alleanze nel mondo arabo. Se fossi un palestinese, non ci farei affidamento. Prima o poi la geografia dirà la sua e le relazioni israelo-iraniane torneranno quello che erano - si spera su una base più positiva.
Una previsione di cui sono certo: chiunque farà pressione per una guerra contro l'Iran, se ne pentirà. Sia noi che gli americani potremmo presto avere la sensazione che il fango iracheno sia panna montata, in confronto al pantano iraniano.
traduzione Marina Impallomeni
Ecuador: gli USA cacciati dalla base di Manta
sinistracritica | 15 Ottobre, 2007 13:34
L'Ecuador di Rafael Correa sta per segnare un altro punto nel braccio di ferro con il cosiddetto primo mondo. Dal 1999, la base di Manta è usata dagli Stati Uniti, che la considerano punto strategico per il controllo della regione. Ma fra poco, quell'accordo scadrà e il governo non ha nessuna intenzione di rinnovarlo. A spiegarci come la Casa Bianca abbia reagito a questa presa di posizione del piccolo paese sudamericano è Ana Esther Cecena, ricercatrice messicana esperta in materia.
I fatti. “L'accordo sulla base di Manta con gli Stati Uniti è decennale, dunque scadrà nel 2009 – racconta - Tutto andava a gonfie vele per Washingotn fino all'arrivo di Correa alla presidenza dell'Ecuador, che ha coinciso con una forte pressione del movimento contro la guerra, di quello contro le basi militari e della campagna per la smilitarizzazione delle Americhe. Questi hanno cercato di convincere il presidente a non ratificare un nuovo accordo con gli Usa e lui li ha ascoltati. Così, per la prima volta nella storia latinoamericana, un presidente ha detto no a una collaborazione militare con gli Stati Uniti. E i militari nordamericani non potranno fare altro che andarsene da Manta, uscendo definitivamente dal territorio ecuadoriano”.
La reazione. “Adesso è però importante vedere quale sia il progetto Usa per sostituire Manta, dato che quella base ha una posizione molto strategica – racconta Cecena - Da lì controllano una grande fetta del territorio. Perderla, dunque, implica due possibilità: o rinunciare a quel potere di supervisione o conquistare altre posizioni che permettano loro di coprire almeno il medesimo raggio di azione, se non di più”. E chiaramente gli Usa hanno puntato sulla seconda opzione. “Quando gli Stati Uniti decisero di trasferirsi a Manta – riprende l'esperta messicana - fu perché dovettero ritirarsi da Panama. Ma per supplire a tale perdita crearono un triangolo che moltiplicò la loro influenza. Costruirono la base Compalapa in Salvador, la Reina Beatriz in Aruba, isola dei Caraibi a nord del Venezuela, la Hato Rey in Curacao e, appunto, Manta in Ecuador. Quindi, lasciarono, sì, un luogo strategico, ma solo fisicamente, dato che continuarono a controllarlo spostandosi poco più in là e conquistando, in più, molte altre postazioni, col risultato di ampliare la loro influenza sulla regione”. E, secondo Esther Cecena, con Manta sta succedendo qualcosa di molto simile. Per rimediare alla perdita della base ecuadoriana c'è già il progetto di costruirne una in Perù e un'altra in Colombia, col risultato di ampliamento del loro raggio di azione. “Se in Colombia non vanno che a rafforzare una presenza già massiccia, quella del Perù è una novità importante. La Casa Bianca – precisa la studiosa - è ultimamente molto preoccupata per quanto sta avvenendo in quell'area. Quella del Cono Sud è una zona dove guadagnare posizione è costato molta fatica. E adesso, questa sorta di fuoco rosso incrociato fra Morales in Bolivia, Correa e il venezuelano Chavez complica molto le cose. Per questo mettere piede in Perù è fondamentale. Da un lato garantisce la loro presenza nello stesso paese andino, da sempre molto inquieto; e dall'altro permette loro di pressare l'Ecuador e di tenersi a due passi dalla Bolivia. Quella da Manta è dunque contemporaneamente un'uscita e un riposizionamento”.
Uscita e riposizionamento. Ma Ana Esther Cecena tiene a precisare che la presa di posizione inedita di Correa non perde, comunque, di importanza. “Il no dell'Ecuador segna una sconfitta storica degli Stati Uniti, che di fatto vengono cacciati fuori – spiega -. E questo è importantissimo. La reazione che sta avendo Washington non sminuisce la politica di Correa, bensì conferma quante risorse abbiano gli Usa, dimostra come ancora possano contare su paesi alleati che lo lasciano entrare, fare e disfare. Il Perù, per esempio, in cambio di aiuti umanitari, ha permesso agli Stati Uniti non solo di iniziare a costruire la base, ma anche di stanziarsi nel nord del paese dove avvengono, da due anni, esercitazioni di ogni genere. Si tratta di vere e proprie ricognizioni militari sul territorio, molto meticolose. E non solo: parlano con la gente, si inseriscono nella società e magari, capita pure che costruiscono anche qualche scuola o centro medico, dove tutti vengono curati con gli analgesici. Intanto, occupano un'area fondamentale nello scacchiere geopolitico: non dimentichiamo l'importanza strategica del nord del Perù e le sue risorse naturali. Stando là si ha accesso all'area amazzonica e quindi a tutte le sue risorse. È un modo per occupare il territorio”.
Paesi amici. Attualmente in America Latina le basi più importanti, oltre a Manta sono otto: 5 in Colombia, ossia due al nord-est, al confine con il Venezuela, due a sud, al confine con l'Ecuador, e una nei pressi di Panama, nel Choco, area indigena e di afrodiscendenti, dove si registra un numero impressionante di sfollati; una in Honduras, una in Salvador, e quella di Guantanamo. Ma Ester elenca anche Haiti, “che in qualche modo è un paese occupato, che si può paragonare a una sorta di base militare di controllo regionale”. Mentre, nella tanto agognata Triple Frontera, Brasile-Paraguay-Argentina, ancora non hanno potuto costruire una vera e propria base, grazie alle reticenze argentine. “Ma in compenso – sottolinea Cecena - hanno costruito l'ufficio della Cia e della Dea e hanno stretto un accordo bilaterale con il Paraguay che dà alle truppe nordamericane la totale immunità. C'è anche un accordo per ripristinare una vera e propria base militare in Paraguay, ma è stato sospeso per le proteste del movimento pacifista, arrivate proprio in periodo elettorale. Ugualmente, la presenza Usa nel paese latinoamericano si fa sentire con l'occupazione di un areoporto immenso che permette l'atterraggio degli aerei Galaxy, quelli che trasportano squadroni, carrarmati e via dicendo. E comunque – conclude - in tutti i luoghi più importanti per le risorse energetiche e ambientali ci sono truppe Usa. Nell'acquifero Guarani, per esempio, ci sono le basi operative della Dea. E così è per ogni zona calda del continente”.
Stella Spinelli
22/10/2007 www.peacereporter.net
Morales dice basta. Fine della collaborazione militare Usa - Bolivia
sinistracritica | 15 Ottobre, 2007 11:18
Il presidente della Bolivia mette fine alla collaborazione militare con gli USA. E' una questione di "dignità nazionale"
Sembra proprio che l'amministrazione boliviana abbia intenzione di mettere nero su bianco che nel continente americano non ci sono cittadini di serie A e di serie B.
I fatti. Qualche tempo fa, ad esempio, il governo di Evo Morales ha stabilito che dal 1° dicembre prossimo i cittadini statunitensi che desiderano entrare in Bolivia dovranno essere muniti di un visto. E' una questione paritaria, fanno sapere da La Paz. Infatti, i cittadini boliviani che intendono recarsi negli Usa devono esibire il visto d'ingresso. Oggi un nuovo argomento entra a far parte della 'questione paritaria': la cooperazione militare fra Usa e Bolivia.
Morales ha detto basta. Finirà ben presto la collaborazione fra esercito boliviano e quello statunitense impegnati da tempo nella lotta contro il narcotraffico, ben radicato nel paese andino. Tutto per una questione di dignità nazionale. Morales, ai margini della manifestazione di commemorazione per il 40° anniversario della morte del Che Guevara, è stato chiaro: “Da oggi in poi nessun militare straniero armato opererà nel nostro Paese”.
L'esercito Usa, soprattutto la Dea, per diversi anni ha contribuito all'addestramento, allo sviluppo e alla fornitura di strumenti tecnologici dell'esercito boliviano.
Non solo dignità nazionale. Il solo motivo della difesa della dignità nazionale, però, sembra un po' riduttivo. E' stato lo stesso presidente boliviano a accennare alla stampa che i soldati statunitensi presenti in Bolivia non sempre abbiano tenuto un comportamento corretto. Pare, infatti, che lo stesso presidente indio abbia le prove filmate di alcuni casi di violenza dei soldati della Dea sulla popolazione civile. Stando alle sue dichiarazioni, esisterebbero prove concrete di agenti Usa che avrebbero aperto il fuoco contro gli aderenti al movimento dei cocaleros, proprio quando lui era uno dei leader.
Alessandro Grandi
E-MAIL E NEWSLETTER
sinistracritica | 06 Ottobre, 2007 09:01
scriveteci all'indirizzo sinistracriticaverona@canaglie.net
potete richiedere l'iscrizione alla nostra nuova newsletter!