VeronaCritica

Sinistra Critica - Associazione Nazionale per la Sinistra Alternativa
anticapitalista femminista ecologista

C'E' CHI DICE NO!

sinistracritica | 16 Ottobre, 2007 19:04

Il 23 luglio scorso il Governo Prodi ha firmato con sindacati confederali ed imprese un protocollo d’intesa che, se trasformato in legge, inciderà profondamente sulla vita lavorativa di tutti gli italiani. Ecco i punti salienti:

Gli scalini: peggio dello scalone. La trappola dello scalone di Maroni viene diluita nel tempo introducendo un sistema di “scalini” con i quali i requisiti per andare in pensione aumenteranno finché dal 2013 occorreranno 36 anni di contributi e 61 anni di età, oppure 35 di contributi e 62 anni di età. Non solo lo scalone non viene abolito ma a regime l’età pensionabile viene aumentata di 2 anni rispetto alla riforma Maroni.

Esenzione dei lavori usuranti, MA… Per i lavoratori che svolgono mansioni usuranti (turnisti, minatori ecc…) è previsto uno anticipo di 3 anni per l’età pensionabile, MA i fondi stanziati coprono solo 5000 lavoratori all’anno, e quindi verrà stilata una graduatoria per poter accedere alla pensione. Inoltre a regime  anche i lavoratori “usurati” dovranno attendere i 58 anni, quindi la situazione è peggiorativa rispetto a quella attuale.

Revisione dei coefficienti: pensione più bassa per tutti! Dal 1° gennaio 2010 saranno diminuiti fra il 6 e l’8% (a seconda dell’età di pensionamento) i coefficienti di trasformazione, ovvero l’importo della pensione rispetto all’ultimo stipendio percepito. Inoltre i  coefficienti verranno rivisti ogni 3 anni e fissati per decreto senza nemmeno l’obbligo di consultare le organizzazioni sindacali.

Innalzamento delle pensioni più basse: l’elemosina! Le pensioni più basse che riguardano una platea di circa 3 milioni di pensionati, e che erano ormai completamente erose dall’inflazione,  verranno aumentate di 33 euro al mese! Davvero una miseria per chi non arriva alla 4° settimana…

Lotta alla precarietà: nulla si muove! Alla faccia della tutela dei più giovani, la legge 30 rimane sostanzialmente immutata: i contratti co.co.pro. e lo staff leasing vengono mantenuti; i limiti imposti ai contratti a termine sono ridicoli, perché potranno essere rinnovati dopo 3 anni di occupazione nella stessa azienda: basterà farlo presso l’Ufficio del Lavoro alla presenza di un sindacalista, e non ci sarà nessun obbligo di trasformazione a tempo indeterminato. Nulla cambia per i contratti interinali, che rimangono privi di vincoli.

Straordinari a tutto spiano! Viene eliminata la contribuzione maggiorata che oggi è caricata sulle ore straordinarie. In questo modo gli straordinari costeranno come le ore ordinarie, con la ovvia conseguenza che i padroni ne faranno ancora più massicciamente ricorso, invece di assumere nuovo personale.

Ma il fatto più grave è che l’ intesa penalizza in maniera impressionante le giovani generazioni: con l’aumento dell’età pensionabile e degli straordinari ci saranno meno posti di lavoro e quindi più disoccupazione, un precariato a vita renderà più difficile accumulare i contributi necessari alla pensione e, una volta raggiunta, l’importo sarà da fame!

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7 ottobre ::  assemblea nazionale a Roma

8-9-10 ottobre ::  vota NO alla consultazione

9 novembre ::  sciopero generale e generalizzato

Per la libertà e i diritti dei migranti

sinistracritica | 16 Ottobre, 2007 11:26

 Mobilitazione migranti 27 e 28 ottobre
La legge Bossi-Fini è ancora in vigore e non sembra ci sia la volontà di abrogarla, nemmeno di superare gli aspetti più razzisti che continuano a provocare il peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro dei migranti. Abbiamo sentito nell’ultimo anno tante promesse, nessuna si è tradotta in realtà. Nei fatti non abbiamo visto alcuna discontinuità con i governi precedenti. Anzi abbiamo assistito ad un aumento di episodi razzisti  di una gravità allarmante: amministratori locali che incitano la popolazione a cacciare rom e migranti. I migranti non sono considerati persone, soggetti che vogliono affermare i propri diritti sociali e politici, ma donne e uomini da usare nelle fabbriche, nel commercio, nelle cooperative come forza lavoro  precaria e sottopagata.
Da  quasi due anni i migranti e le loro famiglie sono costretti a pagare centinaia di euro per ogni rinnovo del permesso di soggiorno. Gran parte di questi soldi vanno alle Poste Italiane senza che forniscano un servizio e un’assistenza adeguati. L’accordo tra lo Stato e le Poste si è rivelato solo un grande affare per le Poste e le casse dello Stato, un ulteriore costo per i migranti e un notevole allungamento dei tempi per rinnovare i permessi di soggiorno.
Bisogna trasferire tutte le pratiche dalle questure e dalle Poste agli enti locali, comuni e circoscrizioni, in modo che i migranti non siano più costretti a fare umilianti code davanti agli sportelli e perché finalmente i permessi di soggiorno siano una normale certificazione amministrativa.
Il legame tra permesso di soggiorno e contratto di lavoro continua ad essere il principale motivo della precarietà dei migranti oltre che rappresentare un costo economico e sociale eccessivo per i migranti: basti pensare che per lavorare i migranti devono avere una casa idonea con tanto di certificazione a norma degli impianti idraulico e elettrico.
La diffusione dei  cosiddetti regolamenti e patti sulla sicurezza sta alimentando un clima sociale ostile nei confronti dei migranti. I CPT continuano a essere aperti e svolgere la loro funzione repressiva e di controllo della libertà dei migranti.
E’ necessaria una nuova sanatoria, base di partenza per l’introduzione della regolarizzazione permanente, di tutti i migranti presenti sul territorio.
E venuto il momento che i migranti e gli antirazzisti riprendano la parola e si mobilitino in prima persona in due scadenze nazionali: il 27 ottobre a Brescia e il 28 ottobre a Roma.
 Sabato 27 ottobre ore 15.00
piazza della Loggia – Brescia
·        per l’abrogazione del protocollo di intesa con Poste Italiane basta dare i soldi alle poste per i permessi di soggiorno.
·        per la rottura netta del legame tra il permesso di soggiorno e il contratto di lavoro, fonte di precarietà e di ricatto sui luoghi di lavoro.
·        per la chiusura definitiva dei Centri di Permanenza Temporanea (CPT) in cui continuano ad essere rinchiusi i migranti che non hanno commesso alcun reato. No ai regolamenti e ai patti sulla sicurezza che colpiscono i migranti e alimentano il razzismo
·        per la sanatoria e la regolarizzazione permanente di tutti/e i/le migranti presenti sul territorio
·        per l' abrogazione della Bossi-Fini
·        per il rimborso dei contributi pagati per chi rientra definitivamente nel proprio paese

Adesioni    

Associazione Diritti per tutti (Immigrati in lotta), Coordinamento Immigrati Cgil Brescia e Provincia, Forum delle Associazioni degli Immigrati, Associazione Multietnica Castegnato, Centro islamico Vobarno e Valle Sabbia, Associazione islamica Mohammadiah, Associazione Sri Lanka-Italia, Tavolo Migranti ,Centro sociale Magazzino 47, Radio Onda d’Urto, Centro sociale 28 maggio  SdL Intercategoriale, Centro islamico Bresciano, Confederazione Cobas,  Associazione Sinistra Critica, Circolo Fai-Arci, Associazione Italia – Bangladesh, Giovani Comunisti Brescia, Associazione Il Maghreb, Associazione Essalam, Associazione Immigrati Franciacorta, Centro Islamico di Sarezzo, Coordinamento Immigrati Bergamo, Coordinamento Migranti Bologna, Gruppo Migranti Torino, Rete Cittadini di Fatto Milano, Laboratorio antirazzista L’Incontro La Spezia, Coordinamento Migranti Vicenza, Federazione RdB/CUB, Aiscafrica Modena, Associazione Ci Siamo Anche Noi, Coordinamento Nazionale di Organizzazioni ed Associazioni Peruviane in Italia, Cooperativa Pavese Sicurezza e Solidarietà, Associazione Dimensioni Diverse – Milano,  Partito Umanista di Milano, Coordinamento Nord Sud del mondo Milano, Prc Federazione di Brescia, Associazione Interculturale Todo Cambia Milano, Associazione lavoratori senegalesi  della Vallesabbia, Comunita Immigrati Valcamonica, Kollettivo Studenti in Lotta di Brescia, Le Scuole Senza Permesso di Milano

NO DAL MOLIN: 20 ottobre? no grazie

sinistracritica | 16 Ottobre, 2007 10:38

NOTA DEL PRESIDIO PERMANENTE  NO DAL MOLIN
SULLA MANIFESTAZIONE NAZIONALE DEL 20 OTTOBRE  A  ROMA

L’assemblea del Presidio Permanente No Dal Molin, riunita il 16 ottobre, ha deciso di non aderire alla manifestazione di Roma di sabato 20 ottobre.
Condividiamo quanto hanno scritto i comitati No Tav: anche a nostro avviso “la manifestazione si configura, al di là dei tentativi di raddrizzarne il tiro da parte di alcuni dei promotori stessi, come un estremo quanto inutile tentativo di dare più forza a quei partiti dell’area di governo che subiscono le scelte più conservatrici e reazionarie della maggioranza”.


Vicenza ha vissuto il tradimento di un Governo che non solo aveva promesso di ascoltarla, ma che aveva parlato, nel proprio programma pre-elettorale, di riduzione delle servitù militari e dialogo con le comunità locali. Un Governo che pur di concedere una parte di territorio nazionale all’esercito di una potenza straniera con un recente curriculum di guerre d’aggressione preventive in barba al diritto internazionale, è disposto a calpestare i dettati costituzionali e lo spirito e gli elementari diritti della democrazia.
Quanto avvenuto in questo anno e mezzo, con il rifiuto di riconoscere un valore alla partecipazione di tanti cittadini e, addirittura, il tentativo di delegittimare il nostro movimento attraverso la criminalizzazione, ci da l’idea di un Governo chiuso nel fortino, indisponibile verso la cittadinanza e impassibile di fronte alla richiesta di maggior democrazia e partecipazione.
Non si tratta di anti-politica, come qualcuno potrebbe facilmente, quanto banalmente, concludere; il movimento vicentino ha dimostrato di sapersi confrontare con chiunque incontrando, in passato, anche Ministri e sottosegretari. Proprio queste esperienze ci convincono che non esiste, oggi, la possibilità di “rafforzare il Governo cambiandone la rotta”, come invece sostengono alcuni segretari di partito.
Concordiamo e siamo perfettamente consapevoli che la politica debba essere “ politica di donne e di uomini e torni ad essere partecipazione, protagonismo, iniziativa collettiva ” e che “ la fatica della democrazia non può essere solo un voto quinquennale, o un pronunciamento sporadico a favore o contro una delega” e per questo da molti mesi abbiamo stravolto le nostre vite dedicando tempo ed energie in un quotidiano impegno politico e sociale, individuale e collettivo.
Molti di voi ci sostengono e hanno sfilato con noi a Vicenza il 17 febbraio scorso in una grande manifestazione che chiedeva al Governo di riconsiderare la vicenda Dal Molin e alla quale parteciparono anche segretari di partito della maggioranza. Com’è finita? Il Governo non ha fatto una piega, ha ribadito la decisione e scelto di non parlarne più e i due senatori dissidenti, che votarono secondo coscienza, sono stati espulsi dai rispettivi partiti per non essersi attenuti ad un’ipocrita disciplina interna.
E, del resto, il noto dodecalogo di Prodi, firmato da tutti all’indomani all’indomani della caduta del Governo, mette la realizzazione del Dal Molin e di altre infrastrutture tra i primi punti; quel dodecalogo rappresenta la chiusura di ogni possibile confronto con le comunità in lotta che difendono la propria terra.
Qualcuno ha dichiarato, a proposito della non adesione dei comitati valsusini, che i No Tav “hanno deciso di isolarsi”; noi crediamo che non ci sia alcun isolamento nello stare tra la gente, nel vivere la quotidianità all’interno dei nostri presidi, nel difendere l’autonomia dei movimenti anche non aderendo ad iniziative di soggetti che, in questi mesi, hanno avuto con noi un rapporto dialettico.
Assieme alla terra, all’acqua, all’aria, anche il movimento è per noi un bene comune; come tale, non può diventare una bandiera da sventolare laddove possa far comodo. Ci auguriamo, dunque, che, pur partendo da posizioni diverse, possa continuare ad esistere un confronto dialettico e costruttivo, nel rispetto dei reciproci ambiti e delle diverse posizioni di merito.

14-15-16 dicembre NO DAL MOLIN

sinistracritica | 16 Ottobre, 2007 08:35

14, 15, 16 dicembre: 3 giorni di mobilitazione europea a Vicenza

Da oltre un anno, uomini e donne della città di Vicenza stanno lottando contro la costruzione di una nuova, immensa struttura militare statunitense, che non vogliamo sia costruita né nella nostra città nè altrove. Una lotta che vede accomunate persone di diversi orientamenti politici, con culture, linguaggi e storie diverse tra loro. Questa battaglia affonda le proprie radici nella difesa della terra e nel no determinato alla guerra, fonte di lutti e tragedie, nella richiesta di pace. La politica “ufficiale” ha mostrato, in tutta questa vicenda, il peggio di sé, tentando d'imporre una scelta del genere ad una comunità fortemente contraria. Senza alcuna differenza, i governi italiani di centrodestra e centrosinistra hanno deciso di passare sopra le teste dei cittadini.


Difesa dei beni comuni e del territorio, no alla guerra e nuove forme di democrazia e partecipazione ai processi decisionali, piena autonomia rispetto alla “politica”: questi sono stati, per noi del Presidio Permanente contro il Dal Molin, i punti cardinali per mantenere la rotta dentro questa vicenda. Insieme a molti altri uomini e donne di tutta Italia, abbiamo dato vita a manifestazioni imponenti, a cui hanno partecipato centinaia di migliaia di persone. Eravamo partiti dai nostri quartieri, nel silenzio, con poche forze, siamo riusciti a portare la contraddizione sul piano nazionale. Abbiamo appena concluso un festival, a cui hanno partecipato almeno 30.000 persone, per rilanciare la nostra lotta contro questo progetto di guerra. Siamo convinti che si debba però andare oltre, che anche questi stretti confini vadano superati. Abbiamo conosciuto, in questo nostro percorso, realtà in tutta europa molto simili alla nostra. Abbiamo incrociato forme di resistenza e di difesa dei beni comuni, del territorio e delle risorse naturali, così come comitati, associazioni e movimenti che lottano come noi per impedire l'installazione di nuove strutture militari funzionali alla guerra permanente e contro un folle processo di riarmo, e con tutte queste esperienze abbiamo condiviso l'assoluta mancanza di democrazia nei processi decisionali. Come un copione unico, abbiamo sentito le storie di chi, da Venezia con il Mose alla Val di Susa con l'Alta Velocità, da Napoli con i rifiuti a Cameri con la costruzione degli F-35, dalla Repubblica Ceca alla Germania, dall'Olanda a Heathrow, da Varsavia a Londra, ha impattato con un potere che si allontana sempre più dai bisogni e dalle volontà dei cittadini, imponendo dall'alto scelte non condivise.

Ora vogliamo superare nuovi confini. Siamo convinti che oggi sia possibile costruire uno spazio comune dei movimenti che, nelle loro differenze e peculiarità, portano avanti istanze di democrazia reale. Non vogliamo proporre forme di sintesi o semplificazione, non vogliamo costruire un movimento europeo che annulli le specificità di ognuno. Al contrario, vogliamo ragionare sulla costruzione di una rete in grado di far risaltare la ricchezza di questi movimenti. Per quel che ci riguarda abbiamo sempre preferito lavorare per allargare la partecipazione, per costruire spazi d'inclusione.

Siamo convinti che oggi l'Europa possa essere, allo stesso tempo, uno spazio attraversabile da queste istanze e una dimensione praticabile dai movimenti, nella loro autonomia, per produrre risultati effettivi, per misurare nel concreto la forza delle lotte. Abbiamo indetto, come Presidio Permanente contro il Dal Molin, un'iniziativa europea nei giorni 14, 15 e 16 dicembre, a Vicenza, con una grande manifestazione dei cittadini europei sabato 15 dicembre contro il progetto Dal Molin. Vogliamo, in quei giorni, far convivere queste complessità, metterle in relazione, con momenti di discussione e iniziative sul terreno della pace e del no alla guerra, della difesa del territorio e dei beni comuni, per ripensare assieme alle forme di partecipazione di fronte alla crisi della democrazia rappresentativa, sempre più autoreferenziale e lontana dai bisogni e dalle istanze dei cittadini. La proposta che facciamo è quella di costruire assieme un primo momento di discussione europeo, da tenersi a fine ottobre, per preparare nel migliore dei modi la scadenza di dicembre.

Presidio Permanente, 20 settembre 2007

Che ne facciamo dell'Iran? Israele, gli Usa, e la prossima guerra

sinistracritica | 16 Ottobre, 2007 08:30

Per il presidente Bush, l'idea di un attacco fatto solo con l'aviazione, i missili e le portaerei è una sicura tentazione. Ma se conflitto sarà, presto gli americani avranno la sensazione che il fango iracheno sia panna montata, in confronto al pantano iraniano
Uri Avnery

Qualche tempo fa uno stimato giornale americano ha messo a segno uno scoop: il vicepresidente Dick Cheney, Re dei Falchi, avrebbe escogitato un piano machiavellico per attaccare l'Iran. In sostanza: Israele inizierà bombardando un'installazione nucleare iraniana, l'Iran reagirà lanciando missili contro Israele, e questo servirà come presteso per un attacco americano all'Iran.
Troppo arzigogolato? In realtà no. Il piano è piuttosto simile a ciò che avvenne nel 1956. Allora Francia, Israele e Gran Bretagna progettarono di attaccare l'Egitto per rovesciare Gamal Abd-al-Nasser (un «cambio di regime», si direbbe oggi). Fu deciso di lanciare paracadutisti israeliani vicino al Canale di Suez: il conflitto conseguente sarebbe servito da pretesto a francesi e britannici per occupare l'area del Canale, allo scopo di «garantirsi» quella via di navigazione. Il piano fu messo in atto (e fallì miseramente).
Cosa succederebbe se aderissimo al piano di Cheney? I piloti israeliani rischierebbero la vita per bombardare le installazioni iraniane, difese con armi pesanti. Poi i missili iraniani pioverebbero sulle città di Israele. Centinaia, forse migliaia di persone sarebbero uccise. E tutto, per fornire agli americani un pretesto per andare in guerra. Il pretesto reggerebbe? Gli Usa sono tenuti a scendere in guerra al nostro fianco, anche quando la guerra è causata da noi? In teoria sì. Gli attuali accordi dicono che l'America deve intervenire in aiuto di Israele in qualunque guerra, chiunque l'abbia cominciata.
Ha qualche sostanza l'indiscrezione del giornale americano? Difficile dirlo. Ma rafforza il sospetto che un attacco all'Iran sia più imminente di quanto comunemente si immagini.
Bush, Cheney e compagnia. intendono davvero attaccare l'Iran? Non lo so, ma il mio sospetto che possano farlo si sta rafforzando. Perché? Perché George Bush si sta avvicinando al termine del suo mandato. Se questo dovesse finire così come le cose appaiono ora, sarà ricordato negli annali della repubblica come un presidente pessimo, se non il peggiore. La sua presidenza è iniziata con la catastrofe delle Torri Gemelle, cosa che non ha dato una buona immagine delle agenzie di intelligence, e si chiuderebbe con il tragico fallimento dell'Iraq.
Gli è rimasto solo un anno di tempo per fare colpo sull'opinione pubblica e salvare il suo nome nei libri di storia. In situazioni come queste, i leader tendono a cercare avventure militari. Considerati i tratti caratteriali di cui ha dato prova, l'opzione guerra appare assai preoccupante.
E' vero, in Iraq e Afghanistan l'esercito americano è impantanato. Neanche persone come Bush e Cheney potrebbero sognarsi, in questo momento, di invadere un paese quattro volte più grande dell'Iraq, con il triplo della popolazione.
Ma probabilmente i guerrafondai stanno sussurrando nell'orecchio di Bush: non c'è bisogno di invadere l'Iran. E' sufficiente bombardarlo, così come abbiamo bombardato la Serbia e l'Afghanistan. Useremo le bombe più intelligenti e i missili più sofisticati contro circa duemila target, per distruggere non solo i siti nucleari iraniani, ma anche le loro installazioni militari e gli uffici del governo. «Li bombarderemo fino a farli tornare all'età della pietra», come disse una volta un generale americano a proposito del Vietnam, o «gli metteremo indietro l'orologio di vent'anni», come ha detto a proposito del Libano il generale dell'aeronautica israeliano Dan Halutz.
L'idea è allettante. Gli Stati Uniti userebbero solo l'aviazione, missili di tutti i tipi e le loro potenti portaerei, già schierate nel Golfo Persico. Tutte queste cose possono essere attivate in qualunque momento, con breve preavviso. Per un presidente fallito che si sta avvicinando alla fine del mandato, l'idea di una guerra breve e facile deve avere un'attrattiva immensa.
Sarebbe davvero una «passeggiata»? Ne dubito. Anche le bombe «intelligenti» uccidono le persone. Gli iraniani sono un popolo orgoglioso, risoluto e fortemente motivato. Sottolineano il fatto che in duemila anni non hanno mai attaccato un altro paese, ma negli otto anni della guerra Iran-Iraq hanno ampiamente dimostrato la loro determinazione a difendersi, se attaccati.
La loro prima reazione a un attacco americano sarebbe di chiudere lo stretto di Hormuz, l'accesso al Golfo. Questo strozzerebbe larga parte della fornitura mondiale di petrolio e causerebbe una crisi economica mondiale senza precedenti. Per aprire lo stretto (ammesso che ciò sia possibile), l'esercito Usa dovrebbe conquistare larghe fette del territorio iraniano e mantenerle sotto il proprio controllo. La guerra breve e facile diverrebbe lunga e difficile.
Che cosa significa questo per noi, in Israele? Possono esserci pochi dubbi sul fatto che l'Iran, se attaccato, reagirà come ha promesso: bombardandoci con i razzi che sta preparando a questo scopo. Ciò non metterebbe a rischio la vita di Israele, ma non sarebbe neanche piacevole.
Se l'attacco americano si trasformasse in una lunga guerra di logoramento, e se l'opinione pubblica americana dovesse finire per considerare questo un disastro (come sta succedendo ora per l'avventura irachena), alcuni certamente darebbero la colpa a Israele. Non è un segreto che la lobby filo-israeliana e i suoi alleati - i neo-cons (soprattutto ebrei) e i sionisti cristiani - stanno trascinando l'America in questa guerra, proprio come l'hanno trascinata in Iraq. Per la politica israeliana, i vantaggi sperati di questa guerra potrebbero trasformarsi in gigantesche perdite, non solo per Israele, ma anche per la comunità ebraico-americana.
Se il presidente Mahmoud Ahmadi Nejad non esistesse, il governo israeliano avrebbe dovuto inventarlo. Ha tutto ciò che si può desiderare in un nemico. Parla troppo. E' uno spaccone. Gli piace dare scandalo. Nega l'Olocausto. Profetizza che Israele «sparirà dalla mappa» (anche se non ha detto, come erroneamente riferito, che sarebbe stato lui a cancellare Israele dalla mappa).
Ma Ahmadi Nejad non è l'Iran. Ha vinto le elezioni, ma l'Iran è come i partiti ortodossi in Israele: non sono i suoi politici a contare, ma i suoi rabbini. E' la leadership religiosa sciita a prendere le decisioni e comandare le forze armate, e questa non usa alzare i toni del discorso, né dare scandalo. E' estremamente cauta.
Se l'Iran bramasse davvero una bomba nucleare, avrebbe agito nel massimo riserbo e tenuto il profilo più basso possibile (come ha fatto Israele). Le spacconate di Ahmadi Nejad nuocerebbero a questo tentativo più di quanto potrebbe fare qualunque nemico dell'Iran.
E' estremamente sgradevole pensare a una bomba nucleare in mani iraniane (e, a dire il vero, nelle mani di chiunque). Spero che ciò si possa evitare offrendo incentivi e/o imponendo sanzioni. Ma anche se questo non dovesse succedere, non sarebbe la fine del mondo, né la fine di Israele. In questo campo, più che in qualunque altro, il potere deterrente di Israele è immenso. Anche Ahmadi Nejad non rischierà uno scambio di regine: la distruzione dell'Iran per la distruzione di Israele.
Napoleone disse che per capire la politica di un paese, basta guardare la carta geografica. Se lo faremo, vedremo che una guerra tra Israele e l'Iran non avrebbe una ragione oggettiva. Al contrario, per molto tempo a Gerusalemme si è creduto che i due paesi fossero alleati naturali.
David Ben-Gurion auspicava una «alleanza della periferia». Era convinto che tutto il mondo arabo fosse il nemico naturale di Israele, e che, dunque, gli alleati andassero cercati ai margini del mondo arabo: Turchia, Iran, Etiopia, Ciad ecc. (Egli cercò alleati anche nel mondo arabo, in comunità non arabo-sunnite come maroniti, copti, curdi, sciiti e altri.)
Al tempo dello scià, tra l'Iran e Israele vi erano rapporti molto stretti, alcuni positivi, altri negativi, altri ancora sinistri. Lo scià contribuì a costruire un oleodotto che andava da Eilat ad Askelon, per trasportare il petrolio iraniano fino al Mediterraneo, bypassando il Canale di Suez. Il servizio segreto interno israeliano (Shabak) addestrò il suo famoso omologo iraniano (Savak). Israeliani e iraniani hanno agito insieme nel Kurdistan iracheno, aiutando i curdi contro i loro oppressori arabo-sunniti.
La rivoluzione di Khomeini all'inizio non ha messo fine a questa alleanza, l'ha solo resa sotterranea. Durante la guerra Iran-Iraq, Israele riforniva di armi l'Iran, in base al presupposto che chiunque combatta contro gli arabi sia un nostro amico. Allo stesso tempo gli americani fornivano le armi a Saddam Hussein, uno dei rari casi di divergenza tra Washington e Gerusalemme. Questa fu colmata nell'affair Iran-Contra, quando gli americani aiutarono Israele a vendere armi agli Ayatollah.
Oggi tra i due paesi sta infuriando una battaglia ideologica, ma questa è combattuta soprattutto a livello retorico e demagogico. Oserei dire che a Ahmadi Nejad non importa un fico secco del conflitto israelo-palestinese, lo usa per stringere alleanze nel mondo arabo. Se fossi un palestinese, non ci farei affidamento. Prima o poi la geografia dirà la sua e le relazioni israelo-iraniane torneranno quello che erano - si spera su una base più positiva.
Una previsione di cui sono certo: chiunque farà pressione per una guerra contro l'Iran, se ne pentirà. Sia noi che gli americani potremmo presto avere la sensazione che il fango iracheno sia panna montata, in confronto al pantano iraniano.
traduzione Marina Impallomeni
 
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