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Sinistra Critica - Associazione Nazionale per la Sinistra Alternativa
anticapitalista femminista ecologista

L'altra Bolivia che cospira contro Evo

sinistracritica | 30 Ottobre, 2007 11:52

Scioperi e bombe Le spinte centralizzatrici di Morales e le resistenze autonomistiche di Santa Cruz scuotono il paese. E fanno salire la tensione
di Pablo Stefanoni (il manifesto 7/10/2007)
La Paz

 La recente decisione del governo di Evo Morales di ridurre una parte delle imposte petrolifere ai governi regionali - con l'obiettivo di finanziare un'assicurazione sulla vita per tutti - ha riacceso la miccia di quello scontro regionale che costituisce uno dei principali fattori di instabilità politica in Bolivia. A questo proposito, lunedì scorso lo stesso Morales ha capeggiato una marcia di anziani per appoggiare la decisione, a cui si oppongono i governi locali, soprattutto quello di Santa Cruz, imbarcatosi in una battaglia per l'autonomia regionale che le potenti élite locali percepiscono come una resistenza al «populismo indigeno» di Evo Morales, maggioritario a livello nazionale.
Questa battaglia si combatte su vari fronti: dal Palacio Quemado si segnala l'esistenza di rapporti poco ortodossi tra settori di Santa Cruz, paramilitari colombiani e l'ambasciata degli Stati uniti per cospirare contro il governo socialista. Dall'altra parte, il governo di Santa Cruz denuncia un'ingerenza venezuelana che mirerebbe a trasformare il governo di Morales in una «dittatura chavista». In questo solco si sviluppa la nuova puntata della telenovela di scontri a distanza tra l'ambasciatore statunitense Philip Golberg e il governo boliviano; scontro attivato questa volta da una fotografia - apparentemente scattata per caso - del diplomatico con il presunto delinquente colombiano John Jairo Venegas Reyes durante la fiera industriale Expocruz.
Un incidente mostra la psicosi dominante in questo momento: il 18 ottobre scorso, il governo boliviano ha mandato i soldati a occupare l'aeroporto internazionale di Viru Viru - il più importante del paese - per «disattivare una rete di corruzione» nelle autorità aeroportuali. Dopo pochi minuti, il governo locale e il comitato civico - che riunisce varie organizzazioni locali ed è dominato dagli impresari - ha fatto appello alla popolazione perché questa riprendesse possesso dell'aeroporto, di fronte al presunto tentativo del governo di trasformarlo in «zona liberata» per l'ingresso di militari venezuelani. Nel mezzo di questo clima, il prefetto di Santa Cruz Rubén Costas ha avuto modo di chiamare «macaco maggiore», «ratto» e «dittatorello» Hugo Chavez, facendo intendere che Evo Morales fosse il «macaco minore», che obbedisce a ordini venuti da Caracas. E la televisione boliviana ha trasmesso in profusione uno spot dell'opposizione in cui Chavez fa appello a creare «uno, due, tre... dieci Vietnam in Bolivia» se la destra cercasse di rovesciarlo. Alla fine dello spot, lo slogan ufficiale «la Bolivia cambia, Evo realizza» è stato sostituito da «Chavez comanda, Evo realizza».
Meno di una settimana dopo, bombe artigianali hanno colpito, senza provocare vittime, il consolato venezuelano di Santa Cruz e la residenza di alcuni medici cubani che lavorano in Bolivia nell'ambito del «Tratado de Comercio de los Pueblos», promosso come un alternativa al libero commercio di stampo statunitense. Il ministro del governo Alfredo Rada ha messo in relazione gli attentati con «le violente, avventate e equivoche parole» di Costas.
La destra soffia sul fuoco per mettere in crisi la sinistra indigena al governo. Nei recenti scioperi civici a Santa Cruz contro Evo Morales si sono potuti vedere giovani della della Unión Juvenil Cruceñista mentre pattugliavano in giro per la città con messaggi razzisti e facevano chiudere con la forza i negozi che si azzardavano a tenere aperte le porte. Allo stesso tempo, gruppi di proprietari terrieri annunciavano la costituzione di gruppi di autodifesa di fronte alla nuova riforma agraria promossa dal governo indigeno. Vari settori di Santa Cruz hanno appoggiato la violenta richiesta di Sucre di tornare a essere la sede dei poteri esecutivo e legislativo; il che ha portato alla chiusura temporanea dell'Assemblea costituente.
Così non è strano che tra i settori popolari - soprattutto contadini - che sostengono Evo Morales si sia riattivato il timore di fronte alla potenzialità destabilizzante dell'«oligarchia cruceña». Da questi settori sono partiti i colpi di stato contro governi popolari come quello del generale Juan José Torres nel 1971. Tuttavia, Evo Morales è fiducioso che «anche se i gruppi conservatori bussano alla porta delle caserme, i militari hanno oggi un'altra mentalità» e rimarranno sordi a questi richiami. .

BOLIVIA: IL GANGSTER CON L'AMBASCIATORE

sinistracritica | 30 Ottobre, 2007 10:44

Il diplomatico Usa e il delinquente colombiano: ecco la foto di cui Evo Morales aveva parlato al manifesto
Il capo degli industriali Gabriel Dabdoub è il presidente della potente Cainco, la «Camara de industria y comercio de Santa Cruz» L'ambasciatore americano Philip Goldberg èambasciatore a La Paz da circa un anno. Ha una lunga esperienza nella ex Jugoslavia La guardia del corpo E' un membro della sicurezza dell'ambasciata americana, l'uomo addetto a «selezionare» chi si avvicina all'ambasciatore
di Roberto Zanini (il manifesto 7/10/2007)
La foto è persino mite: tre uomini in giacca e cravatta e un giovane in maglietta bianca, tutti a loro agio. Lo sfondo è quello di Expocruz, una fiera che si tiene ogni seconda metà di settembre a Santa Cruz, nella «medialuna» orientale, la Bolivia di pianura dove il clima è mite e la gente è più ricca e meno india che sulle montagne andine. Ma in questo scatto dall'apparenza inoffensiva è contenuto l'ultimo conflitto tra la Bolivia di Evo Morales e gli Stati uniti. Morales, di passaggio a Roma, aveva parlato per la prima volta di questa foto in un'intervista al manifesto. Ne aveva riparlato in interviste successive, vi aveva accennato in modo brusco in varie dichiarazioni: c'è pericolo di golpe, aveva detto il presidente, nel paese esistono gruppi armati contro il mio governo, «abbiamo una fotografia dell'ambasciatore degli Stati uniti insieme a un paramilitare colombiano». Ieri la fotografia misteriosa è stata resa pubblica.
L'uomo a sinistra è Gabriel Dabdoub, potente leader della Cainco, la Camera di industria e commercio di Santa Cruz, acerrimo rivale di Morales, sostenitore e finanziatore nemmeno occulto dei gruppi autonomisti che vogliono staccare la «medialuna» dal resto del paese. Il secondo è Philip Goldberg, ambasciatore degli Stati uniti a La Paz da poco più di un anno. Il suo predecessore era stato talmente virulento e scomposto nei confronti di Morales che il leader indigeno, all'epoca soltanto candidato alle presidenziali, lo aveva chiamato «il vero capo della mia campagna elettorale»: ogni volta che lo attaccava, Morales guadagnava punti. E' il terzo uomo, quello del veleno. «Si chiama John Jairo Venegas Reyes - ha detto ieri il ministro dell'interno boliviano Alfredo Rada - ed è un delinquente colombiano». Venegas, dice il governo boliviano, è stato arrestato in ottobre insieme a una banda di colombiani accusati per ora di assalto, rapina e sequestro, e in possesso di armi di grosso calibro. La foto è arrivata a Morales attraverso i servizi segreti, proprio come i tanti rapporti di intelligence che raccontano di come la «medialuna» si sia riempita di colombiani, e parallelamente sia stata costellata di piccoli attentati: non un'insurrezione armata ma una strategia della tensione, che tra i suoi protagonisti ha l'ambasciata degli Stati uniti. Il quarto uomo è il capo dei servizi di sicurezza americani a la Paz, l'uomo che bada alla sicurezza dell'ambasciatore e ne filtra tutti i contatti. Anche quelli apparentemente casuali.
Ieri il cancelliere boliviano David Choquehuanca ha chiesto conto dell'imbarazzante immagine all'industriale Dabdoub e all'ambasciatore Goldberg. Nessuno dei due ha negato che l'immagine fosse autentica. L'empresario se l'è cavata affermando di non sapere chi fosse lo sconosciuto che quella sera aveva chiesto di farsi fotografare con l'ambasciatore, e ha qualificato di «vigliaccata» l'attacco del governo di Morales. L'ambasciatore è stato zitto per ore, affidando vaghe smentite ai portavoce, e decidendosi infine ad affermare di non avere alcuna relazione con gruppi delinquenziali o sovversivi e di «rispettare la democrazia del paese».
Ma Philip S. Goldberg non è un ambasciatore qualunque. Prima di sbarcare a La Paz, Goldberg si è fatto le ossa nella ex Jugoslavia. Tra il 1994 e il 1996 è stato desk officer dei dipartimento di stato americano in Bosnia, il luogo da cui venne fatto implodere quel paese. E' stato assistente speciale di Richard Holbrooke, l'uomo che disintegrò la Jugoslavia, e in seguito ha diretto l'ambasciata Usa a Pristina, in Kosovo (altra disintegrazione di sucesso).
Pochi mesi dopo l'arrivo dell'ambasciatore Goldberg a La Paz, non a caso, decolla con violenza in Bolivia un movimento separatista decisamente «balcanico». Si chiama «Nacion Camba» (i cambas sono la gente delle pianure, contro i kollas delle montagne) ed è guidato da un possidente agroindustriale di origine croata, Branco Marinkovic. Nel luglio del 2006 un referendum sulle autonomie regionali sancisce il distacco della ricca «medialuna» orientale. Il prefetto della città di Cochabamba, Manfred Reyes Villa, legato a «Nacion Camba», con un colpo di mano disconosce i risultati del referendum (la città era rimasta con La Paz), convoca nuove elezioni e di fronte alle marce di protesta sguinzaglia gruppi fascisti giovanili e la Union juvenil cruceñista, che si presentano in piazza con mazze da baseball e pistole. Il risultato è una tremenda giornata di sangue, l'11 gennaio del 2007: due morti e 120 feriti. Una marcia di 50mila indigeni occupa la piazza di Cochabamba e chiede le dimissioni del prefetto Villa, ma quest'ultimo ha un amico potente che lo salva. E' l'ambasciatore Philip S. Goldberg. L'uomo della foto.

Pericolo di golpe in Bolivia

sinistracritica | 30 Ottobre, 2007 09:02

Intervista a Evo Morales
«Nel paese esistono gruppi paramilitari, abbiamo foto dell'ambasciatore americano con un paramilitare colombiano». Evo Morales denuncia: qualcuno sta provando a giocare sporco C'è una destra interna che viene dai gruppi oligarchici e una esterna che arriva dall'ambasciata Usa: il signor Goldberg prima era capomissione in Kosovo e prima ancora braccio destro di Holbrooke in Bosnia
Sorride sempre, Evo Morales, e parlando ti pianta due dita sulla spalla per sottolineare il concetto. Giacca e camicia ricamata senza colletto, per una volta ha lasciato la chompa, il tradizionale giubbotto, nella valigia. Arrivato in Italia con un aereo venezuelano, ha ritirato un premio, ha incontrato istituzioni politiche e confindustriali, ha incontrato i movimenti sociali italiani, ha certamente cercato di dipanare la vicenda di Entel, la compagnia telefonica di proprietà Telecom che la Bolivia vuole nazionalizzare (Telecom ha presentato a sorpresa la richiesta di un arbitrato internazionale davanti a un "tribunale", il Ciadi, da cui la Bolivia è uscita quasi sei mesi fa). In Bolivia ha lasciato una situazione piuttosto tesa: le spinte separatiste si fanno più aspre, di recente c'è stata l'ocupazione di un aeroporto a Santa Cruz, il cuore della zona «camba», quella dei ricchi delle pianure contrapposta ai «colla», gli indigeni delle montagne. E poi un attentato a un consolato venezuelano, bombe-carta davanti alla casa di alcuni medici cubani, rapporti di intelligence che citano presenze inquietanti di addestratori colombiani.
Presidente, a 21 mesi dalla sua elezione come procede la rifondazione che lei ha promesso alla Bolivia?
Procede con debolezze, con opposizioni nei settori conservatori che non voglino pedere i loro privilegi. Non accettano che la nazionalizzazione degli idrocarburi sia stata blindata e garantita da molti lucchetti legali e costituzionali, non accettano che il potere sia passato al popolo e non sia più appannaggio di poche famiglie, di un'oligarchia. Parlo del potere economico e di quello politico: tra loro c'è gente razzista, fascista. Ma sono sicuro che arriveremo in fondo. Sarà una battaglia dura ma sarà una rivoluzione democratica, pacifica e giusta.
L'Assemblea costituente che lei ha voluto non ha ancora approvato un solo articolo della nuova costituzione, e i conflitti da parte di settori autonomisti e della destra tradizionale stanno ormai sfiorando la violenza. C'è una relazione tra i due settori? C'è il rischio di "balcanizzare" la Bolivia?
Balcanizzare, lo escludo totalmente. Ma l'estrema destra effettivamente non è disposta a accettare l'indio, ne è letteralmente disgustata. E reagisce. Lo dico con molta responsabilità, ma ho informazioni del fatto che il loro piano non è l'opposizione politica: stanno parlando di golpe, di golpe militare. Se c'è fosse un golpe in qualche dipartimento, dicono, i militari saranno assaliti e sconfitti. Parlano persino di attentare alle vite.
Sa se ci sono formazioni paramilitari nel paese?
Lo so, e le anticipo una cosa: abbiamo una fotografia dell'ambasciatore degli Stati uniti insieme a un paramilitare colombiano, scattata di recente qui in Bolivia. Il paramilitare adesso è felicemente detenuto in un carcere. Abbiamo informazioni su forze paramilitari armate e organizzate nel paese, di cui fanno parte elementi di destra e delinquenza. Quando la destra non può mobilitare come faceva prima, passa al lato estremo: il paramilitarismo.
Recentemente ci sono stati attentati contro un consolato venezuelano in Bolivia, contro le case di alcuni medici cubani, l'occupazione dell'aeroporto. Da dove vengono politicamente questi gesti?
C'è una destra interna e una esterna. Quella interna viene dai gruppi oligarchici, quella esterna arriva dall'ambasciata degli Stati uniti.
Prima della nomina in Bolivia l'ambasciatore Goldberg era capomissione americano in Kosovo, e prima ancora il braccio destro di Richard Hoolbroke in Bosnia, da cui è stata fatta implodere la ex Jugoslavia. Come si comporta adesso?
In Bosnia Goldberg ha accumulato punti nella sua carriera diplomatica. In Bolivia non ci riuscirà.
Che relazioni avete con gli Usa?
Abbiamo relazioni con tutto il mondo, ma non accettiamo provocazioni. E poi una cosa è l'ambasciatore e l'altra è il paese. Certo il signor Goldberg ha certo una lunga esperienza di convulsioni di governi democratici.
Come la la nazionalizzazione del gas? L'ex ministro degli idrocarburi Saliz dice che le transazionali hanno firmato i nuovi accordi ma non pagano veramente quanto dovrebbero pagare, e inoltre il suo governo non investe in infrastrutture - strade, ponti e fabbriche - ma in progetti «ideologici» di solidarietà per anziani e studenti. Cosa risponde?
Che Soliz è un risentito, mi sono sbagliato a metterlo al ministero. I risultati della nazionalizzazione del resto parlano chiaro. Se esiste il buono «Juancito Pinto» (un assegno per evitare la diserzione scolare dei vbambini, nda) è grazie alla nazionalizzazione, se abbiamo potuto stanziare una certa cifra per le pensioni è grazie alla nazionalizzazione. In precedenza esisteva il «bono solidaridad» ma derivava dalla privatizzazione, malamente chiamata capitalizzazione, delle nostre imprtese. E nemmeno così c'erano risorse economiche per pagarlo, era insostenibile. Ora è tutto cambiato, lo stato ad esempio si è caricato la responsabilità di una pensione di vecchiaia, una cosa che prima non esisteva.
Insisto: è vera la critica sui mancati investimenti nel settore industriale?
Crede che l'industrializzazione degli idrocarburi si possa fare in due anni? In questo momento la nostra maggiore debolezza è nel settore umano, gli esperti di cui abbiamo bisogno prima bisogna formarli. La cosa più importante è che prima della nazionalizzazione lo stato riceveva meno di 300 milioni di dollari dal suo gas, quest'anno conta di prendere 2 miliardi. Nel 2004 le riserve del paese erano meno di 2 miliardi di dollari, quest'anno saranno 5 miliardi. Questi sono fatti.
Lei dice: investire nell'umano. Che cosa ha da offrire la Boolivia e che tipo di investimenti cerca?
In tema di risorse naturali abbiamo bisogno di soci. Abbiamo bisogno di imprese, non solo dall'Italia ma di tutto il mondo, e di imprese che investano. E stiamo cominciando con gli accordi bilaterali. Ad esempio ho conosciuto un'imprenditore delle scarpe: ho saputo che l'Italia ha scarpe di qualità ma non in quantità, come in Cina. E noi abbiamo il cuoio dell'altipiano e dell'oriente. Una cosa non ancora sfruttata è il cuoio del collo del lama: nei campi della Bolivia, da sempre facciamo scarpe con cuoio di colllo di lama. Ecco, è un esempio di una materia prima che da noi esiste e che è da esplorare, e ce ne sono tante altre, Ma le imprese devono essere sensibili ed avere anche politiche sociali.
Che rapporti ha con il Brasile? L'impresa petrolifera brasiliana, la Petrobras, agisce come parte di un governo «amico» o come un'impresa classica, che non ha amici?
Difficile capirsi con le imprese, hanno un solo interesse ed moltiplicare il capitale. Il presidente del Brasile sta cercando di risolvere i problemi che abbiamo con la sua impresa, ho molto rispetto di Lula e stiamo programmando un incontro in Bolivia prima della fine dell'anno, continuo a considerare il compagno Lula come un fratello maggiore e il Brasile come un grande paese. Siamo qui per risolvere i problemi, per limitare i condizionamenti e garantire gli investimenti.
Il suo chavismo è stato molto criticato, anche se criticare Chavez è uno sport molto praticato. Ci sono differenze tra lei e il presidente del Venezuela?
Siamo diversi, ma tutti puntiamo all'uguaglianza, alla giustizia, a ridurre le asimmetrie tra le famiglie come tra i continenti. La nostra grande coincidenza è che abbiamo democrazie liberatrici e non sottomesse all'impero, siamo orientati al tema della vita e dell'umanità, non solo in America latina ma per tutti gli esseri umani del pianeta terra. Noi però siamo un movimento indigeno, cerchiamo l'armonia con la madre terra. Socialismo e marxismo cercano solo risolvere il problema dell'essere umanno, non quello della Terra. Invece dobbiamo parlare dell'ambiente, di come salvare un pianeta che sta male.
Gli agrocombustibili?
Non li condivido. Non è possibile che la terra e i suoi prodotti siano messi a disposizione delle macchine invece che della vita umana.
La coca è un argomento che viene spesso usato per attaccare la Bolivia. Lei ha parlato di indusrtrializzazione della coca: a che punto è?
Lo dico con molta chiarezza: non può esserci libera coltivazione di coca e nemmeno zero coca. Parlare di libera coltivazione significa produrre eccedenze per il mercato illegale, parlare di coca zero sarebbe disconoscere le sue qualità: parlare di coca zero è parlare di movimento indigeno zero. Ma la lotta ai narcos negli Usa è un pretesto che nasconde una lotta di carattere geopolitico: con la lotta al narcotraffico gli Stati uniti creano basi militari. Ciò che stiamo prevedendo nella nuova costituzione è che la Bolivia non accetterà nessuna base militare, nordeamericana o di qualsiasi altro paese. Se parliamo di una lotta reale e effettiva al narcotraffico, allora non va solo attaccata l'offerta ma anche la domanda. E la domanda viene da voi, dall'occidente. E poi bisogna farla finita col segreto bancario. Non è possibile che stati e nazioni proteggano il narcotraffico attraverso il segreto bancario.
Che pensa di Ahmadinejad, con cui ha appena firmato un accordo nucleare? Ha diritto a un programma atomico?
Gli accordi e le relazioni commerciali e diplomatiche della Bolivia non saranno mai orientate a politiche che si propongano di sopprimere vite, siamo per una cultura della vita e non perseguiremo mai programmi che la minaccino. Alcuni paesi criticano i programmi nucleari, ma chi lo può fare? Solo chi quelle armi non le ha. Con che morale paesi che hanno arsenali nucleari interi, mettono in discussione quelli degli altri? O tutti o niente. Per noi, meglio niente. Nelle guerre perdono solo i poveri e vincono i ricchi, la guerra serve solo perché qualche gruppo continui ad accululare capitale.
Che relazione ha con la chiesa cattolica?
Ho molto rispetto di molti sacerdoti e di suore di base, lavoriamo molto con loro in scuole e ospedali. Ma sento di avere differenze con le gerarchie della chiesa cattolica in Bolivia. Cosa accade in Italia non lo so, ma in Bolivia alcuni gerarchi cattolici suonano le campane per protestare contro Evo Morales.
Roberto Zanini (il manifesto 30/10/2007)
 
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