PATTO PERMANENTE CONTRO LA GUERRA

L’Assemblea del 25 novembre delle reti e organizzazioni – che hanno promosso la manifestazione del 9 giugno contro Bush e contro la politica militarista del governo Prodi – e delle strutture che lottano contro la guerra, le basi e le spese militari, ha deciso:

1) l’avvio di un Patto permanente contro la guerra, adeguato a fronteggiare l’escalation della guerra – che è appunto permanente e globale – che preveda Assemblee nazionali periodiche di resoconto, discussione e decisione sulle iniziative ed un Gruppo di collegamento che operi concretamente tra una iniziativa e l’altra. A questo gruppo è importante che partecipino sia le organizzazioni e reti nazionali sia le reti locali impegnate contro le missioni, le basi e le spese militari. Un’alleanza di questo genere sarà davvero efficace se riuscirà a valorizzare e a fornire validi strumenti di collegamento su scala nazionale a tutte le strutture locali che sul territorio si battono quotidianamente contro le politiche e gli strumenti di guerra;

2) la partecipazione piena e convinta alla "tre giorni" internazionale di Vicenza e in particolare alla manifestazione del 15 dicembre. Contrastare la politica di guerra significa infatti manifestare contro il Dal Molin a Vicenza – dove ci auguriamo di vedere tutte quelle reti, organizzazioni, strutture e singoli che in questi anni con coerenza si sono battuti contro la guerra "senza se e senza ma" e non quei parlamentari che hanno appena votato il finanziamento per la costruzione della nuova base, gli stanziamenti per le missioni di guerra e l’aumento di spesa per le armi – e impedire poi in ogni modo che inizino i lavori della base. Al fine di avere la massima partecipazione il 15 a Vicenza, è fondamentale esercitare la massima pressione nei confronti di Trenitalia che, con l’avvento del governo di centrosinistra, ha avviato una politica di boicottaggio della libera circolazione dei manifestanti, stracciando accordi che prevedevano (con modalità simili a quelle praticate dalle compagnie aeree per riempire i veivoli) prezzi fortemente scontati quando un elevato numero di persone usava i treni per recarsi a manifestazioni;

3) di fare propria la Giornata internazionale contro la guerra e il liberismo del 26 gennaio promossa dal Forum Sociale Mondiale, che proponiamo venga dedicata in Italia a manifestare per il ritiro di tutte le truppe dai fronti di guerra, per la chiusura delle basi militari, la drastica riduzione delle spese di guerra e l’aumento delle spese sociali, per la riconversione delle fabbriche d’armi e degli altri luoghi/strumenti di guerra, per la revoca dell’accordo per la produzione e l’acquisto dei caccia F35, contro l’insieme della politica militarista del governo Prodi che ha imposto nella Finanziaria l’ulteriore (dopo quello altrettanto consistente dell’anno scorso, per un totale del 24%) aumento dei finanziamenti alle Forze armate, alle missioni militari, alle basi (con lo stanziamento per il Dal Molin) e al complesso militare-industriale, e che include l’accordo militare Italia-Israele e l’embargo alla Palestina, l’adesione allo scudo missilistico USA, le minacce di guerra all’Iran. Tenendo anche conto del fatto che a gennaio il governo presenterà il decreto per il rinnovo delle missioni belliche in Afghanistan e negli altri teatri di guerra, l’Assemblea ha espresso un orientamento a realizzare nella giornata del 26 gennaio una manifestazione nazionale. Al fine di allargare l’iniziativa a tutte le reti e organizzazioni che lottano coerentemente contro la guerra, le basi e le spese militari, sarà comunque la prima riunione del gruppo di collegamento del Patto, che si terrà il 18 dicembre a Firenze, a sancire definitivamente le forme della mobilitazione del 26. Nel corso di tale riunione, si farà anche il punto sulle varie proposte di iniziativa, emerse nel corso dell’Assemblea, in difesa e sostegno della lotta del popolo palestinese.

Infine, di fronte all’ennesimo militare italiano morto in Afghanistan, l’Assemblea ha ribadito che l’unica scelta di pace è il ritiro delle truppe. Infatti l’attuale missione italiana è una partecipazione alla guerra a tutti gli effetti e di questa morte, come di tante altre, portano tutte le responsabilità il governo italiano e chi lo appoggia.

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RAI, DI TUTTO DI PIU’

Il Sultano e i suoi giannizzeri
Ennio Remondino

Dalle sponde del Bosforo leggo delle telefonate tra alti dirigenti Mediaset e Rai e mi appaiono buffe Cronache Bizantine, con tanto di Ali Babà e i suoi fedelissimi ladroni. Qualche cosa tra favola e presa per il naso.
Una verità che pure ti era nota, quando la trovi scritta negli scarni verbali di qualche polizia giudiziaria, assume diverso spessore. Non perché la Guardia di Finanza sia narratrice più brava di noi giornalisti, nel sintetizzare le intercettazioni sul fallimento dell Hdc del fu sondaggista Luigi Crespi. Prosa scarna la loro, essenziale. Il fatto è che i verbali di quelle telefonate tolgono l’alibi della percezione personale a intrallazzi sussurrati e li rendono porcate ufficiali e pubbliche.
SEGUE A PAGINA 6
Prima potevi anche far finta di nulla, mal di pancia privato, ora devi davvero incazzarti. Credo sia questo che sta accadendo in queste ore in Rai. Almeno lo spero. Lo sapevate, lo sapevamo, ma per impotenza, codardia, il sopravvivere quotidiano, vergognose regole del gioco, tutti, chi più e chi meno, facevamo finta di niente.
Leggo del comune intento di alti dirigenti Mediaset e Rai di favorire il loro editore di riferimento. Spero che nessun amico turco mi chieda particolari. Una storia come questa avrei difficoltà ad andare a raccontarla persino in Kosovo o nel Kurdistan iracheno del fuoco incrociato. Là si sparano e basta, mentre questi avvelenavano l’acquedotto. Come dovremmo chiamare ora quei colleghi tanto preoccupati d’occultare i dispiaceri del Principe più che d’informare il popolo bue? Comprati, venduti, scorretti, sleali, faziosi? Sarebbe come chiamare conflitto una delle tante guerre immonde. Parole inadeguate. L’istinto è quello dell’insulto. Il peggiore possibile, all’altezza di tali figure. Io non sono alla loro altezza.
Mi accade, lavorando in paesi di giovane o approssimativa democrazia, d’essere chiamato a testimoniare del giornalismo e della libertà d’informazione che regola il nostro Bel Paese. L’imbarazzo, confesso, è costante. La questione televisiva, ma non soltanto. Spiegare, per esempio, come sia possibile, nella nostra Patria del Diritto, che esistano soltanto due grandi gruppi televisivi nazionali. Come spiegare che uno di essi, pubblico, sia controllato o condizionato ad andamento elettorale variabile dalla stesso privato che ne è concorrente? Come spiegare, ai miei amici turchi, che alti dirigenti con la maiuscola riescano a cambiare gruppo mantenendo sempre lo stesso padrone.
In Turchia, e non so come diavolo facciano, di televisioni pubbliche e private che coprono l’immenso territorio di questo paese, sono almeno venti. Vai a spiegare tu che da noi esiste qualche problema particolare legato al doppio Silvio Berlusconi, tycoon televisivo e capo partito. Aggiungo, per obiettività di cronaca che lo stesso Berlusconi è la sola figura pubblica italiana conosciuta a livello popolare in tutto l’ex impero Ottomano. Probabilmente richiama la memoria degli antichi sultani. Semplice storia bizantina anche questa, alla fin fine: il Sultano, i suoi giannizzeri, un Gran Visir, un po di eunuchi a guardia dell’harem, e i sudditi da strapazzare a piacere. Ognuno libero di scegliere nel mazzo il suo ruolo.
 
il manifesto 22/11/2007
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G8, PROMOSSO L’UOMO DELLE MOLTOV

Giovanni Luperi, ex vicedirettore dell’Ucigos e imputato al processo Diaz, ai vertici dei servizi segreti
«Il dott. Luperi, richiesto di particolari sulla perquisizione e sul rinvenimento di oggetti, ignora lo svolgimento dei fatti; in merito alle bottiglie molotov dichiara di aver visto altri colleghi, che tuttavia non ricorda, con un sacchetto in mano che le conteneva; richiamato a rendere interrogatorio sulla circostanza, dopo l’accertamento della falsità del ritrovamento all’interno della scuola di tale reperto, preferisce avvalersi della facoltà di non rispondere»: sono parole della memoria del pm Zucca a proposito del processo Diaz. Il dirigente di polizia Giovanni Luperi, già ex vicecapo dell’Ucigos – oggi imputato nel processo per abuso di ufficio e calunnia – ieri è stato promosso: capo del Dipartimento analisi dell’Aisi (Agenzia informazioni e sicurezza interna), ovvero l’ex Sisde. Ennesima promozione di uno degli imputati Diaz, ennesimo sgomento tra chi da sempre stigmatizza la loro carriera post g8. Un elenco che si allunga ogni anno, dopo i vari Francesco Gratteri, prima questore a Bari, oggi capo al Dac, Gilberto Caldarozzi, oggi capo dello Sco, Spartaco Mortola, prima questore ad Alessandria ora vice questore vicario a Torino, Filippo Ferri, oggi capo alla mobile di Firenze. Per non parlare di Perugini (imputato a Bolzaneto e in un altro procedimento per avere menato un minorenne di fronte alle telecamere di tutto il mondo), promosso subito dopo i fatti a capo del personale della questura di Genova e Canterini, padre dell’ingresso violento dei suoi uomini alla Diaz: solo queste ultime due promozioni avevano suscitato polemiche. Per gli altri, via liscia.
Giovanni Luperi non era un funzionario qualunque quella sera a Genova: dirigente superiore e vice direttore dell’Ucigos, era da considerarsi riferimento per gli operatori appartenenti alle Digos, così come Francesco Gratteri era da ritenersi il punto di riferimento delle squadre mobili. Sono loro due, insieme al defunto La Barbera, ad essere considerati i capi dell’operazione Diaz e delle sue derive calunniose, come i verbali e le molotov false. Anzi, saranno proprio loro due a tentare, in un primo tempo, di scaricare tutte le responsabilità su alcuni sottoposti (Mortola e Dominici). I fatti però sono andati in modo diverso. Le due famose molotov, ad esempio: nel filmato di Primocanale, emittente genovese, «appare ben nitido l’azzurro del sacchetto contenente le bottiglie molotov tenuto in mano proprio dal dott. Luperi» ed è lo stesso Murgolo (oggi al Sismi), che in sede di indagini ricorda: «C’è stato un movimento, quando è stato il fatto delle molotov, si sono interessati quelli che erano li, cazzo! Io lì ricordo appunto Mortola, Luperi e Caldarozzi, io ho sentito qualcuno che chiedeva dove erano, io ho avuto cioè lì la percezione che le facessero vedere, che qualcuno se le facesse vedere». Lo stesso Luperi affiderà le molotov alla dottoressa Mengoni, funzionaria della Digos fiorentina. La Mengoni ha ricordato di fronte ai pm durante l’inchiesta «che ero fuori dal cancello, ho visto il dottor Luperi che aveva questo sacchetto, aveva un sacchetto in mano con due bottiglie. Lui mi ha visto e mi ha chiamata e aveva questo sacchetto con due bottiglie in mano che gli avevo visto prima ancora che mi chiamasse, insomma era abbastanza visibile».
La promozione di Luperi sembra l’ultima avvisaglia piuttosto eloquente circa la scarsa volontà di questo governo a vederci ancora più chiaro, e in alto, sui fatti genovesi del 2001 e, di conseguenza, sulle reali potenzialità di una eventuale commissione di inchiesta. Ancora più forte la delusione per chi, alla luce del corteo di sabato a Genova, aveva sperato in una virata differente al proposito. Immediate si sono fatte sentire le repliche: «La nuova promozione è un nuovo insulto all’etica costituzionale, una nuova bastonatura per chi fu vittima delle violenze e degli abusi nella famigerata notte dei manganelli, definita a suo tempo notte cilena dall’attuale ministro degli Esteri», dicono dal Comitato Verità e Giustizia. Dure le parole anche di Vittorio Agnoletto: «La peggior risposta che ci si poteva aspettare alla richiesta di una commissione parlamentare d’inchiesta sul G8, peraltro contenuta nel programma dell’Unione». La promozione di Luperi è inserita all’interno di un vasto turnover nei servizi: 256 nomine.
Simone Pieranni (il manifesto 23/11/2007)
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COLOMBIA: STOP ALLE TRATTATIVE

“Non parlare con i generali o me li fai diventare Chavisti”. Con questa battuta il presidente colombiano, Uribe Vélez, aveva risposto al suo omologo venezuelano, Hugo Chávez, che chiedeva di poter stabilire un contatto diretto con le forze armate Colombiane, per avere informazioni sui militari e poliziotti sequestrati dalle FARC (Fuerzas Armadas Revolucionarias Colombianas).
I fatti. E proprio questa è stata la causa della rottura dei negoziati per la liberazione dei sequestrati nelle mani del gruppo guerrigliero, e la fine della mediazione del presidente Chávez e della senatrice liberale Piedad Cordoba.

La Cordoba e il presidente Venezuelano erano da poco rientrati a Caracas da Parigi, dove erano stati ricevuti dal presidente Sarkozy per discutere i progressi del “intercambio humanitario”, tema che il presidente Francese ha molto a cuore , dato che la sequestrata più famosa è la Franco-Colombiana Ingrid Betancourt.
Durante una telefonata con il generale Mario Montoya, la senatrice, ha passato il telefono al presidente Chávez per dei saluti formali, durati, secondo la Cordoba, non più di 20 secondi.
Stop alle trattative. Durante la notte, il presidente Uribe, informato dallo stesso generale, ha deciso di interrompere ogni trattativa con le FARC e di revocare il mandato al presidente Venezuelano e alla senatrice Liberale.

Una goccia piccolissima che ha fatto traboccare un vaso vuoto.
Sembra davvero poca cosa una telefonata formale di 20 secondi per interrompere un processo così importante per chi è sequestrato da 4,5 o 10 anni.
Marleny Orjuela portavoce della associazione dei familiari dei sequestrati (ASFAMIPAZ) ha chiesto al presidente Uribe di mettersi per un minuto nei panni dei sequestrati o delle loro famiglie.
Altri famigliari come Lucy Gechen de Turbay hanno commentato tristemente che: “ci dispiace molto che si spenga la luce della speranza che avevamo di ricevere prove di vita e la liberazione”.
Fabrice Delloye ex marito di Ingrid Betancourt e Juan Carlos Lecomte, suo attuale compagno, hanno invece convenuto nei loro commenti che il presidente Uribe non ha mai avuto nessuna intenzione di arrivare ad un accordo e “come al solito quando ci sono reali possibilità di una liberazione lui pone degli ostacoli”, sono convinti che la telefonata di cui sopra non sia altro che un banale pretesto.
Dall’Eliseo, Sarkozy, attraverso il suo portavoce, ha fatto sapere che: “Continuo a credere che la gestione del presidente Chavez sia la migliore possibile” e che “chiedo al presidente Uribe di lasciare che la negoziazione continui”, ha anche annunciato che farà avere al presidente Colombiano una lettera dall’ ambasciata.
Il professor Moncayo. Ormai famoso in tutto il mondo per le sue camminate di centinaia di chilometri per chiedere la libertà di suo figlio, ha appreso dalla notizia mentre si stava recando a Caracas, dove pensa di arrivare tra qualche settimana. “Chiedo al presidente Uribe di cambiare idea”. Proprio oggi suo figlio compie 10 anni nelle mani delle FARC.

Ciò che realmente preoccupa il presidente Uribe è che il gruppo guerrigliero stia approfittando della situazione per guadagnare visibilità internazionale, senza, per il momento, aver dato nulla in cambio, neppure le prove di sopravvivenza che la scorsa settimana sembravano tanto vicine. Altro tema che non si digerisce nel palazzo di Nariño è che il presidente Chávez si sia tenuto equidistante dalle parti, cosa che contribuisce a diffondere l’idea che la colpa della situazione dei sequestrati sia condivisa tra i sequestratori e chi poco ha fatto per la loro liberazione.
Se da un lato è indubbio che questa sia una strategia delle FARC e che la rinnovata attenzione internazionale giovi al gruppo, dall’altro lato è sconcertante che la paura della propaganda conti di più della vita dei sequestrati.
Sembra comunque improbabile che questa importante esperienza di mediazione, spesso definita come l’ultima speranza, si concluda in modo tanto improvviso e senza alcuna ragione seria, contro il volere della comunità internazionale e dell’opinione pubblica Colombiana.
Proprio oggi era previsto un incontro tra i due presidenti a Bogotà e da più parti si spera che un incontro, magari in una zona di frontiera tra i due paese, nei prossimi giorni, possa rimettere in marcia il processo.

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AFGHANISTAN, STRAGI INSABBIATE

Le bugie della NATO sulle vittime civili dei bombardamenti 
Assadullah è un contadino di Kakrak, un villaggio sulle montagne della provincia centrale di Uruzgan: una delle tante zone controllate dai talebani.
Una sera di fine settembre era uscito di casa per andare a trovare un suo amico poco lontano. “Ero appena fuori dal mio villaggio quando ho sentito gli aerei e le esplosioni delle bombe. Sono corso indietro per vedere se la mia famiglia era sana e salva. Ho trovato la mia casa ridotta in macerie. Ho iniziato a scavare e ho trovato i miei quindici nipoti, maschi e femmine, stesi nei loro letti, morti nel sonno. Il più piccolo aveva sei mesi, il più grande diciassette anni. Poi ho trovato i corpi senza vita di mia madre, delle mie due mogli e dei miei due fratelli. In quel momento ho pensato che tutto il mondo fosse morto e mi chiedevo perché io fossi ancora vivo. Il giorno dopo ho scoperto che altri due villaggi vicini erano stati bombardati: sessantasette morti in totale”.
La versione ufficiale della Nato. I giorni successivi i comandi Nato hanno diramato un bollettino nel quale si leggeva che “l’aviazione e l’artiglieria della Coalizione hanno bombardato le posizioni nemiche nella zona di Kakrak, provincia di Uruzgan, uccidendo 65 talebani. Tre civili sono rimasti feriti”.
Il 17 novembre, Assadullah e altri capifamiglia della zona hanno ricevuto, senza clamori, un risarcimento monetario per i familiari uccisi.
Non fosse stato per l’inviato del Time magazine, la verità su quello che è successo a Kakrak non sarebbe mai venuta fuori. Sorge una domanda: quanti di quelle “decine di talebani” uccisi ogni giorno dalle bombe occidentali sono in realtà civili inermi?
Almeno mille civili uccisi quest’anno. Louise Arbour, capo della Commissione Onu per i diritti umani in questi giorni in visita a Kabul, ha definito “allarmante” la percentuale dei civili uccisi durante le azioni militari della missione Isaf-Nato: “Una violazione del diritto internazionale e un fatto che erode il sostegno popolare alla missione Nato e al governo Karzai”. La Arbour si riferisce ovviamente ai dati ufficiali sulle vittime civili dei bombardamenti: 337 dall’inizio dell’anno secondo le cifre fornite dalla Nato su un totale di oltre seimila morti. In realtà, se solo si tengono in considerazione le rare denunce fatte dalla popolazione afgana – come quelle di Assadullah – i civili uccisi risultano essere almeno un migliaio dal 1° gennaio 2007. Ma probabilmente si tratta ancora di una cifra ampiamente sottostimata. Sempre secondo i dati ufficiali forniti dalla Nato, quest’anno sono stati ufficialmente uccisi più di cinquemila “talebani”: quanti di loro, da vivi, erano civili?
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PREMIATA MACELLERIA ITALIANA

Il nostro percorso di approfondimento sui movimenti sociali e sulle forme della repressione continua. Dopo essere tornati indietro di trent’anni dedicando il primo incontro (giovedi 15 dicembre) al movimento del 77, rivolgeremo questa volta lo sguardo alla repressione che subì il movimento nelle giornate di luglio 2001, alle responsabilità di gestione poliziesca e di gestione politica, ai processi, alla promozione di De Gennaro, ai servizi segreti italiani e i cambiamenti in atto al loro interno.E’ anche l’occasione per discutere di un fatto di attualità: l’uccisione di Gabriele Sandri.
Perchè la polizia spara ad altezza d’uomo?
Sul Manifesto di giovedi 15 novembre 2007 c’è un articolo che mette in luce l’elevato numero di casi di persone uccise da un colpo di arma da fuoco esploso "accidentalmente" da pistole di forze dell’ordine. Almeno 18 le persone dal 1998 ad oggi. E la maggior parte dei fatti sono stati oscurati e dimenticati. I colpevoli non pagano. Perchè? Chi controlla le forze dell’ordine?
Chi controlla i controllori?
La questione è abbastanza complessa ma da troppo tempo la sinistra non si confronta rispetto alle trasformazioni e agli assetti delle strutture di polizia e di intelligence nel nostro paese.
Il modello statunitense, con John Negroponte (uomo di Bush prima in Iraq – al momento dell’uccisione di Nicola Calipari, fatto al quale dedicheremo particolare attenzione rivelando alcune verità nascoste – ora "inviato speciale" in Pakistan) a capo di tutta la struttura di intelligence USA, rischia di essere importato in Italia proprio dal governo Prodi, e il nostro John Negroponte potrebbe essere proprio Gianni De Gennaro (capo della polizia durante i fatti di Genova), ora promosso capo gabinetto al Ministero degli Interni.
Lo scenario interno è sufficientemente inquietante ed aggravato da una politica governativa concentrata sulla creazione dell’insicurezza, del nemico e della paura, funzionale alla legittimazione del pacchetto sicurezza Amato e di scelte razziste e repressive.
Il legame tra i fatti di Genova, l’apparato repressivo e di controllo dello Stato e le dinamiche interne al mondo politico e alle stesse forze dell’ordine è stretto e complesso.

Parliamone con:

Gigi Malabarba: ex senatore, già membro del CoPaCo (Comitato Parlamentare di Controllo sui servizi segreti), autore del libro "2001-2006, segreti e bugie di Stato"

Lorenzo Guadagnucci: giornalista, autore del libro "Noi della Diaz" e membro del Comitato Verità e Giustizia per Genova.
www.altreconomia.it/noidelladiaz

L’incontro si terrà

Giovedi 29 novembre

in Sala "Elisabetta Lodi"
via San Giovanni in Valle 13/B
Verona

alle ore 20.45

per visualizzare la mappa:
http://maps.google.it/maps?oe=UTF-8&hl=it&tab=wl&q=mappe

prima del dibattito verrà proiettato il filmato "OP – Genova 2001" e durante il dibattito verrà presentato il libro di Gigi Malabarba, 2001-2006 segreti e bugie di Stato, con postfazione di Haidi Giuliani, Edizioni Alegre.

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IL FRONTE INTERNO DELLA GUERRA GLOBALE PERMANENTE

Esiste una pulsione nelle forze di polizia, nella magistratura e nella maggioranza di governo in direzione di nuove e più gravi misure di controllo sociale. Alcune di queste, già scritte, aspettano solo l´occasione propizia per sfondare la resistenza dei settori democratici e garantisti. Lo si è visto, per esempio, nella vicenda dell´omicidio di Giovanna Reggiani.

Le misure adottate per contrastare la violenza negli stadi hanno già aperto la strada a limitazioni del diritto alla difesa e delle libertà dei cittadini. La possibile applicazione del reato di terrorismo nei confronti dei presunti responsabili delle azioni di teppismo, è parte organica del progetto di criminalizzazione del dissenso e in particolare dei conflitti sociali.

Il Viminale, con Amato, De Gennaro e Manganelli è luogo di concentrazione straordinaria dei fautori di questo progetto, che si è già manifestato con gli specifici riferimenti al «rischio terrorismo» in occasione delle lotte in Val di Susa o a Vicenza.

Esattamente come ha fatto oggi Manganelli riferendosi ai tifosi in rivolta, la presenza di «estremisti politici» giustifica la presunzione di «eversione». L´abbassamento della guardia da parte della sinistra nei passaggi cruciali di riorganizzazione degli apparati di gestione dell´ordine pubblico e della sicurezza ha aperto la strada ai fautori di una sorta di Patriot Act all´italiana, che rischia di travolgere il sistema di garanzie costituzionali che ancora impediscono l´adozione di norme già presenti, per esempio, negli Stati uniti dopo l´11 settembre. Il contrasto al terrorismo si incuneato nel «fronte interno» della guerra globale permanente. Sarebbe un errore enorme sottovalutare questo rischio.

Gigi Malabarba

dal blog: www.altreconomia.it/noidelladiaz

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24 novembre: Contributo delle compagne di Sinistra Critica

La manifestazione del 24 novembre afferma un nuovo protagonismo delle donne
La manifestazione del 24 novembre, nata ben prima del clima allarmistico montato nelle ultime settimane, proprio per denunciare la tragica quotidianità e “normalità” della violenza maschile sulle donne, può diventare un momento per denunciare il cinismo di tanta politica, Veltroni in testa, che non ha esitato ad utilizzare il corpo martoriato di Giovanna Reggiani per soffiare sul fuoco dell’allarme sicurezza, alla ricerca di qualche voto in più.
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FINANZIARIA: COSA ROSSA, CHE VERGOGNA!

Napoli,16 novembre 2007
FINANZIARIA , ARMI , POLITICA CHE VERGOGNA !
di Alex Zanotelli

Rimango esterrefatto che la Sinistra Radicale ( la cosiddetta Cosa Rossa ) abbia votato , il 12 novembre con il Pd e tutta la destra , per finanziare i CPT , le missioni militari e il riarmo del nostro paese. Questo nel silenzio generale di tutta la stampa e i media .Ma anche nel quasi totale silenzio del “mondo della pace “.

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E’ TUTTA UN’ ALTRA STORIA

Giovedì in movimento

29 novembre:

Premiata macelleria italiana

La repressione durante il G8 di Genova, la promozione di De Gennaro, l’uccisione di Calipari, i servizi segreti, le loro trasformazioni. Chi controlla i controllori?

con:

Gigi Malabarba ex senatore, già membro del Copaco (comitato parlamentare di controllo sui servizi segreti), autore del libro "2001-2006 Segreti e bugie di Stato"

Lorenzo Guadagnucci giornalista, autore del libro "Noi della Diaz"

6 dicembre:

No Dal Molin No War

Senza se e senza ma contro la base Dal Molin, contro la guerra globale permanente, contro le minacce di attacco all’Iran. Verso la mobilitazione del 14/15/16 dicembre a Vicenza.

con:

un* portavoce del Presidio Permanente No Dal Molin

Piero Maestri redattore della rivista "Guerre e Pace"

Marco Formigoni redattore di Peacereporter

tutti gli incontri si terranno in

Sala LODI

(via San Giovanni in valle 13/b)

alle 20.45

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