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Sinistra Critica - Associazione Nazionale per la Sinistra Alternativa
anticapitalista femminista ecologista

1917: VIVA LA RIVOLUZIONE

sinistracritica | 08 Novembre, 2007 12:13

Chi ha paura del lupo cattivo? (editoriale rivista ERRE N° 25 www.erre.info)
di Franco Turigliatto
 

A novant’anni di distanza, la rivoluzione russa continua a suscitare incubi e inquietudini. Montagne di inchiostro sono state spese, a destra, come a sinistra, per esorcizzare quest’evento, seppellendolo sotto falsi miti e leggende, denigrazioni o mistificazioni. Tuttavia, la rivoluzione d’ottobre ha ancora molto da dire sull’oggi, a condizione di essere disponibili a ripensarla seriamente e fuori dagli schemi.

Nell’introduzione al suo celebre libro Il secolo breve, lo storico inglese Eric Hobsbawm osserva che, mentre per le generazioni passate la storia era un elemento costante di riferimento, oggi non è più così per i giovani: «La distruzione del passato, o meglio la distruzione dei meccanismi sociali che connettono l’esperienza dei contemporanei a quella delle generazioni precedenti, è uno dei fenomeni più tipici e insieme più strani degli ultimi anni del novecento. La maggior parte dei giovani alla fine del secolo è cresciuta in una sorta di presente permanente, nel quale manca ogni rapporto organico con il passato storico del tempo in cui essi vivono». La considerazione è in gran parte condivisibile e non c’è dubbio che la rottura di continuità con il passato abbia una grande rilevanza nelle difficoltà presenti a ricostruire un progetto alternativo alla barbarie del sistema capitalistico; ma credo che il fenomeno trovi una spiegazione e che l’atteggiamento dei giovani abbia caratteri complessi e anche comprensibili. Per le nuove generazioni il Novecento è un enigma, un mistero troppo difficile che si ha paura di affrontare e per il quale non si dispone degli strumenti per comprenderne la terribile dialettica, le guerre e le spaventose tragedie del secolo. Il peso delle sconfitte del movimento operaio preme sulla coscienza collettiva e dei singoli, sulla speranza e sulla credibilità di poter battere le leggi del capitalismo e forzare il corso della storia, cioè riproporre il tema della liberazione delle donne e degli uomini dallo sfruttamento, riaprendo il processo rivoluzionario. Dietro questa difficoltà ci sono i fatti materiali, i rapporti di forza tra le classi a loro volta alimentati dalla forza dell’ideologia borghese, rafforzata dai frutti avvelenati e duraturi della catastrofe del cosiddetto socialismo reale, della controrivoluzione burocratica che ha preso il nome di stalinismo. Il canto degli ideologhi e dei pennivendoli è noto: «Non ci provate, vedete, questo sistema sarà certo ingiusto, anche violento, ma se cercate di rovesciarlo, susciterete solo mostri ancora più grandi: Accontentatevi con le buone o con le cattive perché quello che vorreste avere, eguaglianza, giustizia, libertà e liberazione, non sono di questo mondo». Come palliativo alla insopportabilità della condizione umana e alle frantumazioni della globalizzazione capitalista tanti sacerdoti e tante chiese, offrono i loro servigi, apparati ben rodati nel corso dei millenni, l’oppio dei popoli viene versato a piene mani, come la costruzione delle barriere etniche, della chiusura in comunità statiche e la produzione di mostri e nemici. Il sacrosanto tabù della guerra, che aveva condizionato la maggior parte delle forze politiche del nostro continente dopo la tragedia del secondo conflitto mondiale, oggi viene infranto anche da partiti e associazioni che si definiscono di sinistra.

 

L’incubo delle classi dominanti

La storia dell’umanità è costellata da un’interminabile sequela di guerre, di oppressioni, di catastrofi, ma anche di avanzate sociali ed economiche e di ribellioni; processi anche lenti e molecolari che producono cambiamenti, che modificano le forze in campo. Ma un evento più di ogni altro pone all’ordine del giorno il cambiamento, la volontà degli sfruttati di non accettare più le leggi di chi sta in alto, il desiderio delle masse di essere protagoniste del loro destino: le rivoluzioni. Esorcizzate dai potenti, infangate dai chierici dei regimi, condannate all’inferno dai sacerdoti, esse restano tuttavia nella memoria dell’umanità e appaiono, difficilmente cancellabili nel comune sentire delle donne e degli uomini. Il termine rivoluzione continua così tanto ad essere concepito come legittima rivolta contro le ingiustizie, che le classi dominanti hanno dovuto impossessarsene (come anche del vocabolo riforma) per indicare un fenomeno del tutto opposto, cioè la negazione della rivoluzione, la conservazione dell’esistente sotto nuove e più feroci forme. Uno spettro dunque si aggira in tutto il mondo tra le classi dominanti, nella borghesia, anzi due spettri, la rivoluzione francese e quella russa. Ogni anniversario viene utilizzato per cercare di seppellire nel passato e nella coscienza pubblica questi due avvenimenti che segnano la storia contemporanea. La borghesia ha paura della stessa rivoluzione francese, che pure aprì la strada al suo pieno potere economico e politico; tanto più continua a temere la rivoluzione del ’17 e le sue implicazioni perché è stata una rivoluzione vittoriosa. Su altre rivoluzioni gli storici e gli ideologici della borghesia sono meno attenti, e meno interessati; possono anche essere generosi nel giudizio, perchè sconfitte: “onore ai vinti”, senza per altro calcare la mano sulle nefandezze e atrocità commesse dai dominanti per sconfiggere le classi oppresse ribellatesi. Possiamo essere certi che, nonostante la distanza delle giovani generazioni dalla rivoluzione del ’17, evento lontano e in un lontano paese dove ormai il capitalismo è stato restaurato, per il novantesimo anniversario verranno scritte pagine e pagine per spiegare come sia stata una follia, una mostruosa tragedia, da cui discendono tutte le tragedie del secolo; montagne di logore menzogne e di luoghi comuni saranno ancora rovesciati sui suoi attori e protagonisti. Ma perché c’è ancora bisogno di ciò, se il “libero mercato” trionfa ovunque? Perché questo bisogno infinito di “convincere” che l’evento è il male assoluto, la tentazione diabolica da allontanare per sempre. Le classi dominanti sono coscienti che l’umanità ha dentro di sé la ripulsa dell’ingiustizia, che può subirla, sottomettersi anche per lunghi periodi, ma che essa non potrà mai essere totalmente accettata: lo sviluppo della storia produrrà nuove convulsioni e anche le condizioni di nuove ribellioni; prevenire il fenomeno convincendo che questa strada non può in nessun modo essere battuta è uno degli strumenti con cui si misura l’egemonia ideologica della classe dominante. Ma l’ottobre non è solo una ribellione, è un prolungato e articolato movimento di massa, sempre più cosciente e determinato, un movimento operaio che riesce a darsi una forma altissima di organizzazione democratica e di partecipazione e che per questa via favorisce l’organizzazione delle masse contadine e dei soldati e trova la sua saldatura con una forza politica rivoluzionaria. È un movimento generale che costruisce gli strumenti per organizzare il suo potere. Non solo protesta o ribellione, ma volontà di prendere in mano il proprio destino, di definire le scelte economiche e sociali: prendere il potere per decidere della propria sorte. Per far questo ha bisogno di altre forme organizzative, di altre forme di statualità, di cacciare la borghesia di sviluppare il controllo operaio e di impadronirsi degli strumenti economici. L’Ottobre resta l’incubo più grande, il film dell’orrore (The nightmare) anche per le classi dominanti di oggi; ricorda quel che non hanno potuto impedire, quello che è avvenuto e che ha incitato tanti altri lavoratori, interi popoli a provarci. Sanno bene che proprio perché è avvenuto potrebbe ancora accadere, tanto più se volgono lo sguardo verso i processi sociali in America Latina. Non potendo essere cancellato dalla memoria, deve diventare il buco nero della storia.

 

Il lascito dell’Ottobre

Sono quattro gli elementi di fondo di quella rivoluzione che credo sia utile ripensare come strumenti validi sul piano del metodo e dei contenuti. In primo luogo la dinamica di massa, la straordinaria forza di un movimento che parte dalla classe operaia, già concentrata in grande aziende, che coinvolge gli strati più larghi della società, lo sciopero generale come strumento di raccolta delle forze, di spiegamento di tutte l’energie potenziali, capace di rovesciare in pochi giorni lo zarismo e di paralizzare l’avversario di classe. E le forme organizzative di democrazia diretta in cui si esprime questo slancio rivoluzionario, che scavalca ripetutamente tutti i suoi partiti e si manifesta dal febbraio all’ottobre. Una classe lavoratrice che agisce fuori dagli schemi che i dirigenti socialisti e socialrivoluzionari avrebbero voluto assegnarle secondo una rigida interpretazione della lotta di classe e della storia. Sulla base di questa nella Russia, paese ancora semifeudale, all’ordine del giorno non avrebbe potuto essere che la rivoluzione democratica, la cacciata dell’assolutismo e l’apertura di una fase di sviluppo del capitalismo; la classe operaia avrebbe dovuto autocontenersi, lasciando il potere alla borghesia e al governo provvisorio. Ma una classe e un movimento di tale forza ha in sé le proprie dinamiche e i propri obbiettivi, non può essere contenuto dentro lo schema della rivoluzione a tappe: chiede che sia posto fine alla guerra, che i contadini abbiano la terra, che siano assolte le istanze economiche per cui lotta, una nuova politica economica, il controllo operaio sulla produzione. Per questa via diretta la rivoluzione allarga i suoi compiti, combina le rivendicazioni democratiche con quelle economiche e sociali, rivendica le sue finalità anticapitaliste e socialiste. In altri termini, acquista una dinamica permanente. E tanto meno si ferma dopo la sconfitta del tentativo reazionario di Kornilov che svela che nel paese sono possibili solo due soluzioni, la rivoluzione proletaria o la controrivoluzione delle vecchie classi dominanti. I dirigenti menscevichi prigionieri delle loro teorie e dell’alleanza con la borghesia non possono interpretare questa dinamica e rapidamente perdono l’egemonia a vantaggio di un altro partito che sa legarsi a questa straordinario movimento e attirare a sé l’avanguardia operaia, che ne comprende le profonde aspirazioni, che correggere i vecchi schemi strategici individuando la strada perché i lavoratori risolvano a loro favore lo scontro tra i due poteri esistenti e tutto il potere venga preso nelle mani dei soviet. Possiamo interrogarci molto sull’evoluzione del partito bolscevico e più in generale sul ruolo dei partiti della classe operaia nel corso del Novecento. Tuttavia se compariamo gli avvenimenti del ’17 ai tanti episodi del secolo scorso in cui i partiti si sono sovrapposti anche in forme repressive alle istanze e alle lotte dei lavoratori per difendere i loro interessi di apparato e la collaborazione di classe con la borghesia, a partire da quanto ha fatto la socialdemocrazia tedesca in quegli stessi anni, non si può non essere ammirati di come il partito bolscevico abbia saputo essere coerente con il movimento delle masse. Il terzo elemento di fondo di quella rivoluzione sta nel suo slancio internazionalista, non solo perché al suo interno erano presenti militanti provenienti da tanti paese, ma perché quella rivoluzione fu concepita fin dall’inizio come una parte della lotta più generale del proletariato, come un distaccamento che era giunto prima alla vittoria, ma che avrebbe potuto difenderla e realizzarla solo se la classe operaia di altri paesi, ben più sviluppati, fosse stata capace a sua volta di rovesciare l’ordine borghese, creando così le condizioni materiali di una transizione al socialismo. La costruzione di una nuova internazionale dopo la tragedia della Seconda internazionale che nei congressi aveva proposto alla classe operaia di rispondere con lo sciopero generale al conflitto che si stava preparando, salvo poi marciare con i suoi partiti a fianco delle rispettive borghesie, aveva dunque un forte significato antimilitarista e rivoluzionario: l’unità delle classi popolari e dei popoli contro la logica del profitto, della guerra e dell’imperialismo. Difficile non pensare che in un’epoca di globalizzazione capitalista e di contraddizioni senza precedenti questo messaggio non sia di attualità. Il quarto elemento, consiste nel fatto che la rivoluzione si pensò come portatrice di una rivoluzione culturale complessiva, di liberazione anche per quanto riguarda i rapporti personali affettivi e sessuali, a partire dalle donne e dai giovani. Poté farlo nelle condizioni politiche e culturali che si erano fino ad allora prodotte, ma la sua arditezza non può che stupire, date le terrificante condizioni materiali in cui fu costretta ad agire.

 

La guerra civile

Credo che esista una costante elusione da parte dei detrattori della rivoluzione, ma anche da parte di molti esponenti di sinistra, del ruolo e del significato della guerra civile. Il tentativo di stroncare quella rivoluzione fu gigantesco, non solo attraverso le forze reazionarie autoctone, ma con l’intervento militare delle potenze occidentali. Pochi credevano alla possibilità di sopravvivenza del potere dei soviet. Assistiamo a una costante della storia. Ogni volta che le classi oppresse si ribellano, l’intervento armato e la repressione della borghesia raggiunge livelli di violenza impensabili: dalla Comune di Parigi alla Spagna della guerra civile, dall’Indonesia del ’65 al Cile e al Vietnam martoriato dalle bombe Usa. Anche quando le classi dominanti capiscono di aver perso una partita, continuano a colpire e reprimere per distruggere le stesse basi materiali su cui sarebbe possibile costruire una nuova sociètà. Non a caso parlarono di far ritornare l’Indocina all’età della pietra. Così gli Usa non solo hanno imposto per lunghi anni governi fantoccio e il dominio imperialista, ma hanno condizionato l’evoluzione sociale ed economica successiva. Difficile costruire una reale transizione al socialismo in un territorio e in una società devastati. È quanto successe in Russa dopo il ’17. La rivoluzione all’inizio fu largamente “gentile”: liberò sulla parola gli avversari arrestati, abolì immediatamente la pena di morte, festeggiò per molti giorni una liberazione da secoli di oppressione, voleva costruire un nuovo mondo e una nuova società che cancellasse la violenza dello zarismo e della guerra che da tre anni insanguinava i campi d’Europa. Ben presto la violenza reazionaria, obbligò gli operai e i contadini a nuove terribili esperienze, a subire violenze senza fine, a ricostruire dal nulla quell’esercito che si era sciolto per il rifiuto della guerra, a reagire con disperazione e con violenza per sopravvivere, seguendo le legge fatali della guerra. Molti autori hanno evidenziato come la guerra civile costituì un enorme balzo all’indietro, con un paese sfinito e distrutto, con gran parte della classe operaia scomparsa, gli insediamenti produttivi industriali ridotti al minimo e una situazione drammatica nelle campagne. Alla democrazia dei soviet si erano sostituiti l’autorità e il comando dall’alto. È impensabile che eventi di questo genere non cambino anche la psicologia umana e politica dei singoli e quella collettiva. È ben noto che le guerre producono assuefazione alla violenza, indifferenza rispetto alla vita e alla morte. E quando la guerra finisce, a questa assuefazione si può accompagnare non solo la spinta dall’alto di quelli che hanno preso l’abitudine di comandare, ma anche una spinta dal basso che chiede ordine, tranquillità, affidamento. Chi meglio della burocrazia può interpretare questi fenomeni. D. Bensaïd osserva che «Il peso terribile delle circostanze e l’assenza di una cultura democratica cumulano i loro effetti. Non c’è alcun dubbio che la confusione presente, dalla presa del potere in poi, tra lo stato, il partito e la classe operaia, in nome del deperimento rapido dello stato, dato per scontato, e la scomparsa delle contraddizioni in seno al popolo favoriscono la statizzazione della società e non la socializzazione delle funzioni pubbliche». Moshe Lewin il grande storico della società sovietica arriva ad affermare che lo Stato che risorge in Russia agli inizi degli anni Venti «si forma sulla base di uno sviluppo sociale regressivo».

 

La lettura idealista

Comprendere questi fenomeni significa anche fare piazza pulita di tutte quelle teorie che ritengono che il processo involutivo della rivoluzione sovietica fosse ineluttabile, avesse cioè il suo germe nelle concezioni stesse del partito bolscevico e di Lenin. Questa concezione non è solo degli storici conservatori o degli ideologi della borghesia, ma in diversa misura e con diverse varianti è oggi largamente sostenuta da molte forze e dirigenti della sinistra. Questa lettura per coloro che la propongono a due vantaggi. A chi ha assunto nel passato posizioni direttamente staliniste, o anche a chi ne ha condiviso qualche scelta politica permette di non fare un vero bilancio compreso del ruolo che hanno avuto nella sinistra. Per tutti gli altri e per coloro che non sono stati nel cosiddetto “movimento comunista”, permette di non misurarsi con l’analisi e l’interpretazione della controrivoluzione sociale prodottasi. Le tendenze alla burocratizzazione sono proprie di ogni società e coloro che prospettano un mondo alternativo al capitalismo fanno bene a riflettere su questo problema ogni giorno e sui “pericoli professionali del potere”, ma in quelle condizioni date in Unione sovietica la burocratizzazione ha potuto prendere una forma estrema, una dimensione tragica che va sotto il nome dello stalinismo. Non si tratta di un momento, di un evento, ma di un processo che passa attraverso scontri, lotte, bivi politici e sociali, che vede la sua gestazione nella guerra civile, che si sviluppa attraverso duri scontri negli anni venti e che si afferma negli anni trenta, processo che comprende la distruzione dello stesso partito che aveva fatto la rivoluzione.

 

I tempi sfasati dei vecchi bolscevichi

Uno degli elementi che spianò la strada alla burocrazia, cioè al congiungimento tra l’eredità reazionaria del vecchio regime e l’autopromozione sociale dei nuovi dirigenti, fu la difficoltà dei vecchi bolscevichi a capire quel che stava avvenendo. Essi pensavano e ragionavano secondo un vecchio schema per cui il pericolo maggiore presente sarebbe stata la restaurazione capitalista. Concentrati sul pericolo principale, non capirono che la rivoluzione poteva essere perduta da un pericolo “secondario” da un processo e da forze endogene interne. I dirigenti bolscevichi protagonisti dell’Ottobre acquisirono coscienza, per altro parziale, di quello che si stava producendo, in tempi diversi Moshe Lewin, nel suo ultimo libro Il secolo sovietico, frutto delle ricerche condotte dopo l’apertura degli archivi, titola un capitolo “Stalin, sa cosa vuole”, sottolineando tutte le incertezze degli altri. In realtà il primo a capire la dinamica degli avvenimenti, fu Lenin stesso, ma la malattia non gli permetterà di contrastare quanto stava avvenendo. Lewin insiste sul fatto che la battaglia che Lenin alla fine del ’22 apre contro Stalin, chiedendone la rimozione, non è solo una battaglia specifica, pur importantissima, sulla questione delle nazionalità, ma una battaglia a tutto campo che riguarda l’insieme delle scelte e il funzionamento della macchina sovietica. Solo qualche tempo dopo, nel ’23, Trotskij troverà la forza per aprire la battaglia contro la burocrazia, poi nel ’26-27 anche Zinoviev e Kamenev cercheranno di reagire, più tardi ancora Bucharin e infine alcuni alleati dello stesso Stalin. Il segretario generale riuscì così a superare tutti i momenti di crisi e ad affermare pienamente il dominio dell’apparato e il suo personale. Ma, a differenza di quanto molti ritengono, la partita negli anni Venti era ancora aperta e questo si manifestò attraverso scontri politici e sociali su cui pesava drammaticamente la sconfitta della rivoluzione tedesca nel ’23 e poi di quella cinese del ’27. La storia successiva è nota: le scelte del gruppo dirigente sovietico che vanno sotto il nome di terzo periodo favoriranno l’ascesa al potere di Hitler in Germania mentre le grandi purghe metteranno il sigillo sulla controrivoluzione burocratica. Sarà, per usare le parole di Serge, mezzanotte nel secolo.

24 novembre Manifestazione contro la violenza maschile sulle donne

sinistracritica | 08 Novembre, 2007 10:43

L'assemblea di singole donne e di realtà associative femminili, femministe e lesbiche, provenienti da tutta Italia, che si sono riunite in assemblea pubblica domenica 21 ottobre a Roma presso la Casa Internazionale delle Donne, ha convocato una manifestazione nazionale di donne sabato 24 novembre alle 14 a Roma. Di seguito pubblichiamo l'appello per la manifestazione.

Le donne denunciano le continue violenze e gli assassini che avvengono in contesti familiari da parte di padri, fidanzati, mariti, ex e conoscenti.
E' una storia senza fine che continua a passare come devianza di singoli, mentre la violenza contro le donne avviene principalmente all'interno del nucleo familiare dove si strutturano i rapporti di potere e di dipendenza.
Ricordiamo che l'aggressività maschile è stata riconosciuta (dati Onu) come la prima causa di morte e di invalidità permanente per le donne in tutto il mondo.
Il tema, soprattutto in Italia, continua a essere trattato dai mezzi di informazione come cronaca pura avallando la tesi che sia qualcosa di ineluttabile, mentre si tratta di un grave arretramento della relazione uomo donna.
La violenza contro le donne non deve essere ricondotta, come si sostiene da più parti, a un problema di sicurezza delle città o di ordine pubblico. La violenza maschile non conosce differenze di classe, etnia, cultura, religione, appartenenza politica.
Denunciamo la specifica violenza contro le lesbiche volta a imporre un modello unico eterosessuale.
Non vogliamo scorciatoie legislative e provvedimenti di stampo securitario e repressivo.
Senza un reale cambiamento culturale e politico che sconfigga una volta per tutte patriarcato e maschilismo non può esserci salto di civiltà.
Scendiamo in piazza e prendiamo la parola per affermare, come protagoniste, la libertà di decidere delle nostre vite nel pubblico e nel privato. Scendiamo in piazza per ribadire l'autodeterminazione e la forza delle nostre pratiche politiche.

controviolenzadonne.org

FINANZIARIA: LA CAPORETTO DELLA SINISTRA ITALIANA

sinistracritica | 06 Novembre, 2007 12:18

Roma, 5 nov. - Finanziaria, welfare e decreto sicurezza, siamo alla Caporetto della sinistra" e con queste misure, "noi siamo all'opposizione". Lo dicono Franco Turigliatto e Salvatore Cannavo' di Sinistra critica, che aggiungono: "Con l'approvazione da parte dei ministri della sinistra, a partire da Rifondazione, del decreto sicurezza un'altra diga a sinistra e' saltata. La diga della civilta' giuridica, della tolleranza, della diversita' sostanziale rispetto alle destre".


Secondo Cannavo' e Turigliatto "a furia di prevenire il peggio la Sinistra di governo ha favorito proprio il peggio che oggi assume il volto inquietante del cinismo di Veltroni, il quale monta una campagna razzista per consolidare il suo Pd. Il governo Prodi non ha fatto altro che costruire disastri e demolire speranze. E se la cava facilmente il presidente della Camera quando dice che la 'grande riforma auspicata non c'e' stata'. Che non ci fosse la svolta era chiaro da tempo e Rifondazione, la sinistra non puo' lavarsene le mani. Dirlo ora e' troppo tardi, specialmente se ci si appresta ad appoggiare leggi indecenti".
Gli esponenti di Sinistra critica concludono: "Oggi la serie di errori e misure negative e' lunghissima: dalla guerra in Afghanistan alla scomparsa dei dico, dalla Finanziaria delle imprese al welfare della precarieta' a tempo indeterminato; dalla scomparsa della commissione sul G8 fino all'odioso pacchetto-sicurezza che introietta le politiche delle destre e le assimila al centrosinistra. Per la sinistra e' una Caporetto. E in una settimana segnata da uno scontro violentissimo a base di luoghi comuni razzisti, l'unica parola che e' mancata e' stata proprio quella di un secco No da sinistra alle politiche securitarie, al%

BARBARI RUMENI E ITALICI. O MASCHI?

sinistracritica | 06 Novembre, 2007 12:08

La prima causa di morte e di invalidità permanente nel mondo è data dalla violenza degli uomini. Non lo dice solo la 'Marcia mondiale delle donne contro la violenza e le povertà', che da oltre dieci anni mobilita donne di tutti i continenti contro il patriarcato. Lo dice l'Onu, con dati agghiaccianti: è un massacro quotidiano ad opera di mariti, padri, fratelli e fidanzati. Ossia consumato dentro le mura domestiche.

L’efferata violenza di un giovane rumeno contro una donna in una periferia romana è stato il fatto scatenante per mettere sul banco degli imputati un intero popolo e per emanare un editto di espulsione di cittadini comunitari da parte di un Consiglio dei Ministri, convocato in un clima di emergenza e di furore securitario.

Naturalmente si sottace che è stata una donna rumena a denunciare il violentatore. Naturalmente è stata completamente cancellata la notizia che, poco dopo, un cittadino italiano aveva dato fuoco alla sua convivente sudamericana. Naturalmente nessuno si ricorda più di chi ha commesso i delitti di Erba e, presubilmente, di Garlasco. Naturalmente. Si finge di non vedere quel che avviene in casa o nelle sue dirette prossimità. Dagli al rumeno o al rom e speriamo di strappare consensi elettorali tra le pulsioni irrazionali di persone che, a torto o a ragione, si sentono insicure e minacciate!

Un bel servizio realizzato recentemente da Canale 5 ci mostrava qualcosa di poco conosciuto in Italia: in Romania – dove, detto per inciso, il problema rom semplicemente non esiste, nonostante gli 'zingari' costituiscano una minoranza assai consistente – c’è un problema assai grave di 'criminalità italiana'. Lo confermano dirigenti d’azienda italiani con interessi in quel paese, giustamente preoccupati per un’immagine negativa dell’Italia, data la dilagante presenza mafiosa in Romania, che ammazza, sfrutta, traffica e ricatta in proporzioni industriali. E contro la temuta 'invasione' romena dopo l'ingresso nell'Unione europea, si chiariva che è in atto anzi un ritorno in patria, data la forte richiesta di manodopera frutto dell'espansione produttiva in corso.

Le autorità di Bucarest, ben consce della differenza tra i cittadini italiani e i clan della criminalità organizzata, non si sono mai appellate al nostro governo aizzando la popolazione contro gli italici barbari. Cosa che invece è avvenuta qui da noi con il decreto lampo del governo.

La donne che scenderanno in piazza a Roma il 24 novembre contro la violenza hanno chiesto a chiare lettere di non utilizzare le donne per colpire stranieri e migranti con misure xenofobe. Altrimenti, logica vorrebbe che cacciati dalle frontiere dovrebbero essere in primo luogo i maschi italiani.


Gigi Malabarba

Associazione Sinistra Critica


L'altra Bolivia che cospira contro Evo

sinistracritica | 30 Ottobre, 2007 11:52

Scioperi e bombe Le spinte centralizzatrici di Morales e le resistenze autonomistiche di Santa Cruz scuotono il paese. E fanno salire la tensione
di Pablo Stefanoni (il manifesto 7/10/2007)
La Paz

 La recente decisione del governo di Evo Morales di ridurre una parte delle imposte petrolifere ai governi regionali - con l'obiettivo di finanziare un'assicurazione sulla vita per tutti - ha riacceso la miccia di quello scontro regionale che costituisce uno dei principali fattori di instabilità politica in Bolivia. A questo proposito, lunedì scorso lo stesso Morales ha capeggiato una marcia di anziani per appoggiare la decisione, a cui si oppongono i governi locali, soprattutto quello di Santa Cruz, imbarcatosi in una battaglia per l'autonomia regionale che le potenti élite locali percepiscono come una resistenza al «populismo indigeno» di Evo Morales, maggioritario a livello nazionale.
Questa battaglia si combatte su vari fronti: dal Palacio Quemado si segnala l'esistenza di rapporti poco ortodossi tra settori di Santa Cruz, paramilitari colombiani e l'ambasciata degli Stati uniti per cospirare contro il governo socialista. Dall'altra parte, il governo di Santa Cruz denuncia un'ingerenza venezuelana che mirerebbe a trasformare il governo di Morales in una «dittatura chavista». In questo solco si sviluppa la nuova puntata della telenovela di scontri a distanza tra l'ambasciatore statunitense Philip Golberg e il governo boliviano; scontro attivato questa volta da una fotografia - apparentemente scattata per caso - del diplomatico con il presunto delinquente colombiano John Jairo Venegas Reyes durante la fiera industriale Expocruz.
Un incidente mostra la psicosi dominante in questo momento: il 18 ottobre scorso, il governo boliviano ha mandato i soldati a occupare l'aeroporto internazionale di Viru Viru - il più importante del paese - per «disattivare una rete di corruzione» nelle autorità aeroportuali. Dopo pochi minuti, il governo locale e il comitato civico - che riunisce varie organizzazioni locali ed è dominato dagli impresari - ha fatto appello alla popolazione perché questa riprendesse possesso dell'aeroporto, di fronte al presunto tentativo del governo di trasformarlo in «zona liberata» per l'ingresso di militari venezuelani. Nel mezzo di questo clima, il prefetto di Santa Cruz Rubén Costas ha avuto modo di chiamare «macaco maggiore», «ratto» e «dittatorello» Hugo Chavez, facendo intendere che Evo Morales fosse il «macaco minore», che obbedisce a ordini venuti da Caracas. E la televisione boliviana ha trasmesso in profusione uno spot dell'opposizione in cui Chavez fa appello a creare «uno, due, tre... dieci Vietnam in Bolivia» se la destra cercasse di rovesciarlo. Alla fine dello spot, lo slogan ufficiale «la Bolivia cambia, Evo realizza» è stato sostituito da «Chavez comanda, Evo realizza».
Meno di una settimana dopo, bombe artigianali hanno colpito, senza provocare vittime, il consolato venezuelano di Santa Cruz e la residenza di alcuni medici cubani che lavorano in Bolivia nell'ambito del «Tratado de Comercio de los Pueblos», promosso come un alternativa al libero commercio di stampo statunitense. Il ministro del governo Alfredo Rada ha messo in relazione gli attentati con «le violente, avventate e equivoche parole» di Costas.
La destra soffia sul fuoco per mettere in crisi la sinistra indigena al governo. Nei recenti scioperi civici a Santa Cruz contro Evo Morales si sono potuti vedere giovani della della Unión Juvenil Cruceñista mentre pattugliavano in giro per la città con messaggi razzisti e facevano chiudere con la forza i negozi che si azzardavano a tenere aperte le porte. Allo stesso tempo, gruppi di proprietari terrieri annunciavano la costituzione di gruppi di autodifesa di fronte alla nuova riforma agraria promossa dal governo indigeno. Vari settori di Santa Cruz hanno appoggiato la violenta richiesta di Sucre di tornare a essere la sede dei poteri esecutivo e legislativo; il che ha portato alla chiusura temporanea dell'Assemblea costituente.
Così non è strano che tra i settori popolari - soprattutto contadini - che sostengono Evo Morales si sia riattivato il timore di fronte alla potenzialità destabilizzante dell'«oligarchia cruceña». Da questi settori sono partiti i colpi di stato contro governi popolari come quello del generale Juan José Torres nel 1971. Tuttavia, Evo Morales è fiducioso che «anche se i gruppi conservatori bussano alla porta delle caserme, i militari hanno oggi un'altra mentalità» e rimarranno sordi a questi richiami. .

BOLIVIA: IL GANGSTER CON L'AMBASCIATORE

sinistracritica | 30 Ottobre, 2007 10:44

Il diplomatico Usa e il delinquente colombiano: ecco la foto di cui Evo Morales aveva parlato al manifesto
Il capo degli industriali Gabriel Dabdoub è il presidente della potente Cainco, la «Camara de industria y comercio de Santa Cruz» L'ambasciatore americano Philip Goldberg èambasciatore a La Paz da circa un anno. Ha una lunga esperienza nella ex Jugoslavia La guardia del corpo E' un membro della sicurezza dell'ambasciata americana, l'uomo addetto a «selezionare» chi si avvicina all'ambasciatore
di Roberto Zanini (il manifesto 7/10/2007)
La foto è persino mite: tre uomini in giacca e cravatta e un giovane in maglietta bianca, tutti a loro agio. Lo sfondo è quello di Expocruz, una fiera che si tiene ogni seconda metà di settembre a Santa Cruz, nella «medialuna» orientale, la Bolivia di pianura dove il clima è mite e la gente è più ricca e meno india che sulle montagne andine. Ma in questo scatto dall'apparenza inoffensiva è contenuto l'ultimo conflitto tra la Bolivia di Evo Morales e gli Stati uniti. Morales, di passaggio a Roma, aveva parlato per la prima volta di questa foto in un'intervista al manifesto. Ne aveva riparlato in interviste successive, vi aveva accennato in modo brusco in varie dichiarazioni: c'è pericolo di golpe, aveva detto il presidente, nel paese esistono gruppi armati contro il mio governo, «abbiamo una fotografia dell'ambasciatore degli Stati uniti insieme a un paramilitare colombiano». Ieri la fotografia misteriosa è stata resa pubblica.
L'uomo a sinistra è Gabriel Dabdoub, potente leader della Cainco, la Camera di industria e commercio di Santa Cruz, acerrimo rivale di Morales, sostenitore e finanziatore nemmeno occulto dei gruppi autonomisti che vogliono staccare la «medialuna» dal resto del paese. Il secondo è Philip Goldberg, ambasciatore degli Stati uniti a La Paz da poco più di un anno. Il suo predecessore era stato talmente virulento e scomposto nei confronti di Morales che il leader indigeno, all'epoca soltanto candidato alle presidenziali, lo aveva chiamato «il vero capo della mia campagna elettorale»: ogni volta che lo attaccava, Morales guadagnava punti. E' il terzo uomo, quello del veleno. «Si chiama John Jairo Venegas Reyes - ha detto ieri il ministro dell'interno boliviano Alfredo Rada - ed è un delinquente colombiano». Venegas, dice il governo boliviano, è stato arrestato in ottobre insieme a una banda di colombiani accusati per ora di assalto, rapina e sequestro, e in possesso di armi di grosso calibro. La foto è arrivata a Morales attraverso i servizi segreti, proprio come i tanti rapporti di intelligence che raccontano di come la «medialuna» si sia riempita di colombiani, e parallelamente sia stata costellata di piccoli attentati: non un'insurrezione armata ma una strategia della tensione, che tra i suoi protagonisti ha l'ambasciata degli Stati uniti. Il quarto uomo è il capo dei servizi di sicurezza americani a la Paz, l'uomo che bada alla sicurezza dell'ambasciatore e ne filtra tutti i contatti. Anche quelli apparentemente casuali.
Ieri il cancelliere boliviano David Choquehuanca ha chiesto conto dell'imbarazzante immagine all'industriale Dabdoub e all'ambasciatore Goldberg. Nessuno dei due ha negato che l'immagine fosse autentica. L'empresario se l'è cavata affermando di non sapere chi fosse lo sconosciuto che quella sera aveva chiesto di farsi fotografare con l'ambasciatore, e ha qualificato di «vigliaccata» l'attacco del governo di Morales. L'ambasciatore è stato zitto per ore, affidando vaghe smentite ai portavoce, e decidendosi infine ad affermare di non avere alcuna relazione con gruppi delinquenziali o sovversivi e di «rispettare la democrazia del paese».
Ma Philip S. Goldberg non è un ambasciatore qualunque. Prima di sbarcare a La Paz, Goldberg si è fatto le ossa nella ex Jugoslavia. Tra il 1994 e il 1996 è stato desk officer dei dipartimento di stato americano in Bosnia, il luogo da cui venne fatto implodere quel paese. E' stato assistente speciale di Richard Holbrooke, l'uomo che disintegrò la Jugoslavia, e in seguito ha diretto l'ambasciata Usa a Pristina, in Kosovo (altra disintegrazione di sucesso).
Pochi mesi dopo l'arrivo dell'ambasciatore Goldberg a La Paz, non a caso, decolla con violenza in Bolivia un movimento separatista decisamente «balcanico». Si chiama «Nacion Camba» (i cambas sono la gente delle pianure, contro i kollas delle montagne) ed è guidato da un possidente agroindustriale di origine croata, Branco Marinkovic. Nel luglio del 2006 un referendum sulle autonomie regionali sancisce il distacco della ricca «medialuna» orientale. Il prefetto della città di Cochabamba, Manfred Reyes Villa, legato a «Nacion Camba», con un colpo di mano disconosce i risultati del referendum (la città era rimasta con La Paz), convoca nuove elezioni e di fronte alle marce di protesta sguinzaglia gruppi fascisti giovanili e la Union juvenil cruceñista, che si presentano in piazza con mazze da baseball e pistole. Il risultato è una tremenda giornata di sangue, l'11 gennaio del 2007: due morti e 120 feriti. Una marcia di 50mila indigeni occupa la piazza di Cochabamba e chiede le dimissioni del prefetto Villa, ma quest'ultimo ha un amico potente che lo salva. E' l'ambasciatore Philip S. Goldberg. L'uomo della foto.

Pericolo di golpe in Bolivia

sinistracritica | 30 Ottobre, 2007 09:02

Intervista a Evo Morales
«Nel paese esistono gruppi paramilitari, abbiamo foto dell'ambasciatore americano con un paramilitare colombiano». Evo Morales denuncia: qualcuno sta provando a giocare sporco C'è una destra interna che viene dai gruppi oligarchici e una esterna che arriva dall'ambasciata Usa: il signor Goldberg prima era capomissione in Kosovo e prima ancora braccio destro di Holbrooke in Bosnia
Sorride sempre, Evo Morales, e parlando ti pianta due dita sulla spalla per sottolineare il concetto. Giacca e camicia ricamata senza colletto, per una volta ha lasciato la chompa, il tradizionale giubbotto, nella valigia. Arrivato in Italia con un aereo venezuelano, ha ritirato un premio, ha incontrato istituzioni politiche e confindustriali, ha incontrato i movimenti sociali italiani, ha certamente cercato di dipanare la vicenda di Entel, la compagnia telefonica di proprietà Telecom che la Bolivia vuole nazionalizzare (Telecom ha presentato a sorpresa la richiesta di un arbitrato internazionale davanti a un "tribunale", il Ciadi, da cui la Bolivia è uscita quasi sei mesi fa). In Bolivia ha lasciato una situazione piuttosto tesa: le spinte separatiste si fanno più aspre, di recente c'è stata l'ocupazione di un aeroporto a Santa Cruz, il cuore della zona «camba», quella dei ricchi delle pianure contrapposta ai «colla», gli indigeni delle montagne. E poi un attentato a un consolato venezuelano, bombe-carta davanti alla casa di alcuni medici cubani, rapporti di intelligence che citano presenze inquietanti di addestratori colombiani.
Presidente, a 21 mesi dalla sua elezione come procede la rifondazione che lei ha promesso alla Bolivia?
Procede con debolezze, con opposizioni nei settori conservatori che non voglino pedere i loro privilegi. Non accettano che la nazionalizzazione degli idrocarburi sia stata blindata e garantita da molti lucchetti legali e costituzionali, non accettano che il potere sia passato al popolo e non sia più appannaggio di poche famiglie, di un'oligarchia. Parlo del potere economico e di quello politico: tra loro c'è gente razzista, fascista. Ma sono sicuro che arriveremo in fondo. Sarà una battaglia dura ma sarà una rivoluzione democratica, pacifica e giusta.
L'Assemblea costituente che lei ha voluto non ha ancora approvato un solo articolo della nuova costituzione, e i conflitti da parte di settori autonomisti e della destra tradizionale stanno ormai sfiorando la violenza. C'è una relazione tra i due settori? C'è il rischio di "balcanizzare" la Bolivia?
Balcanizzare, lo escludo totalmente. Ma l'estrema destra effettivamente non è disposta a accettare l'indio, ne è letteralmente disgustata. E reagisce. Lo dico con molta responsabilità, ma ho informazioni del fatto che il loro piano non è l'opposizione politica: stanno parlando di golpe, di golpe militare. Se c'è fosse un golpe in qualche dipartimento, dicono, i militari saranno assaliti e sconfitti. Parlano persino di attentare alle vite.
Sa se ci sono formazioni paramilitari nel paese?
Lo so, e le anticipo una cosa: abbiamo una fotografia dell'ambasciatore degli Stati uniti insieme a un paramilitare colombiano, scattata di recente qui in Bolivia. Il paramilitare adesso è felicemente detenuto in un carcere. Abbiamo informazioni su forze paramilitari armate e organizzate nel paese, di cui fanno parte elementi di destra e delinquenza. Quando la destra non può mobilitare come faceva prima, passa al lato estremo: il paramilitarismo.
Recentemente ci sono stati attentati contro un consolato venezuelano in Bolivia, contro le case di alcuni medici cubani, l'occupazione dell'aeroporto. Da dove vengono politicamente questi gesti?
C'è una destra interna e una esterna. Quella interna viene dai gruppi oligarchici, quella esterna arriva dall'ambasciata degli Stati uniti.
Prima della nomina in Bolivia l'ambasciatore Goldberg era capomissione americano in Kosovo, e prima ancora il braccio destro di Richard Hoolbroke in Bosnia, da cui è stata fatta implodere la ex Jugoslavia. Come si comporta adesso?
In Bosnia Goldberg ha accumulato punti nella sua carriera diplomatica. In Bolivia non ci riuscirà.
Che relazioni avete con gli Usa?
Abbiamo relazioni con tutto il mondo, ma non accettiamo provocazioni. E poi una cosa è l'ambasciatore e l'altra è il paese. Certo il signor Goldberg ha certo una lunga esperienza di convulsioni di governi democratici.
Come la la nazionalizzazione del gas? L'ex ministro degli idrocarburi Saliz dice che le transazionali hanno firmato i nuovi accordi ma non pagano veramente quanto dovrebbero pagare, e inoltre il suo governo non investe in infrastrutture - strade, ponti e fabbriche - ma in progetti «ideologici» di solidarietà per anziani e studenti. Cosa risponde?
Che Soliz è un risentito, mi sono sbagliato a metterlo al ministero. I risultati della nazionalizzazione del resto parlano chiaro. Se esiste il buono «Juancito Pinto» (un assegno per evitare la diserzione scolare dei vbambini, nda) è grazie alla nazionalizzazione, se abbiamo potuto stanziare una certa cifra per le pensioni è grazie alla nazionalizzazione. In precedenza esisteva il «bono solidaridad» ma derivava dalla privatizzazione, malamente chiamata capitalizzazione, delle nostre imprtese. E nemmeno così c'erano risorse economiche per pagarlo, era insostenibile. Ora è tutto cambiato, lo stato ad esempio si è caricato la responsabilità di una pensione di vecchiaia, una cosa che prima non esisteva.
Insisto: è vera la critica sui mancati investimenti nel settore industriale?
Crede che l'industrializzazione degli idrocarburi si possa fare in due anni? In questo momento la nostra maggiore debolezza è nel settore umano, gli esperti di cui abbiamo bisogno prima bisogna formarli. La cosa più importante è che prima della nazionalizzazione lo stato riceveva meno di 300 milioni di dollari dal suo gas, quest'anno conta di prendere 2 miliardi. Nel 2004 le riserve del paese erano meno di 2 miliardi di dollari, quest'anno saranno 5 miliardi. Questi sono fatti.
Lei dice: investire nell'umano. Che cosa ha da offrire la Boolivia e che tipo di investimenti cerca?
In tema di risorse naturali abbiamo bisogno di soci. Abbiamo bisogno di imprese, non solo dall'Italia ma di tutto il mondo, e di imprese che investano. E stiamo cominciando con gli accordi bilaterali. Ad esempio ho conosciuto un'imprenditore delle scarpe: ho saputo che l'Italia ha scarpe di qualità ma non in quantità, come in Cina. E noi abbiamo il cuoio dell'altipiano e dell'oriente. Una cosa non ancora sfruttata è il cuoio del collo del lama: nei campi della Bolivia, da sempre facciamo scarpe con cuoio di colllo di lama. Ecco, è un esempio di una materia prima che da noi esiste e che è da esplorare, e ce ne sono tante altre, Ma le imprese devono essere sensibili ed avere anche politiche sociali.
Che rapporti ha con il Brasile? L'impresa petrolifera brasiliana, la Petrobras, agisce come parte di un governo «amico» o come un'impresa classica, che non ha amici?
Difficile capirsi con le imprese, hanno un solo interesse ed moltiplicare il capitale. Il presidente del Brasile sta cercando di risolvere i problemi che abbiamo con la sua impresa, ho molto rispetto di Lula e stiamo programmando un incontro in Bolivia prima della fine dell'anno, continuo a considerare il compagno Lula come un fratello maggiore e il Brasile come un grande paese. Siamo qui per risolvere i problemi, per limitare i condizionamenti e garantire gli investimenti.
Il suo chavismo è stato molto criticato, anche se criticare Chavez è uno sport molto praticato. Ci sono differenze tra lei e il presidente del Venezuela?
Siamo diversi, ma tutti puntiamo all'uguaglianza, alla giustizia, a ridurre le asimmetrie tra le famiglie come tra i continenti. La nostra grande coincidenza è che abbiamo democrazie liberatrici e non sottomesse all'impero, siamo orientati al tema della vita e dell'umanità, non solo in America latina ma per tutti gli esseri umani del pianeta terra. Noi però siamo un movimento indigeno, cerchiamo l'armonia con la madre terra. Socialismo e marxismo cercano solo risolvere il problema dell'essere umanno, non quello della Terra. Invece dobbiamo parlare dell'ambiente, di come salvare un pianeta che sta male.
Gli agrocombustibili?
Non li condivido. Non è possibile che la terra e i suoi prodotti siano messi a disposizione delle macchine invece che della vita umana.
La coca è un argomento che viene spesso usato per attaccare la Bolivia. Lei ha parlato di indusrtrializzazione della coca: a che punto è?
Lo dico con molta chiarezza: non può esserci libera coltivazione di coca e nemmeno zero coca. Parlare di libera coltivazione significa produrre eccedenze per il mercato illegale, parlare di coca zero sarebbe disconoscere le sue qualità: parlare di coca zero è parlare di movimento indigeno zero. Ma la lotta ai narcos negli Usa è un pretesto che nasconde una lotta di carattere geopolitico: con la lotta al narcotraffico gli Stati uniti creano basi militari. Ciò che stiamo prevedendo nella nuova costituzione è che la Bolivia non accetterà nessuna base militare, nordeamericana o di qualsiasi altro paese. Se parliamo di una lotta reale e effettiva al narcotraffico, allora non va solo attaccata l'offerta ma anche la domanda. E la domanda viene da voi, dall'occidente. E poi bisogna farla finita col segreto bancario. Non è possibile che stati e nazioni proteggano il narcotraffico attraverso il segreto bancario.
Che pensa di Ahmadinejad, con cui ha appena firmato un accordo nucleare? Ha diritto a un programma atomico?
Gli accordi e le relazioni commerciali e diplomatiche della Bolivia non saranno mai orientate a politiche che si propongano di sopprimere vite, siamo per una cultura della vita e non perseguiremo mai programmi che la minaccino. Alcuni paesi criticano i programmi nucleari, ma chi lo può fare? Solo chi quelle armi non le ha. Con che morale paesi che hanno arsenali nucleari interi, mettono in discussione quelli degli altri? O tutti o niente. Per noi, meglio niente. Nelle guerre perdono solo i poveri e vincono i ricchi, la guerra serve solo perché qualche gruppo continui ad accululare capitale.
Che relazione ha con la chiesa cattolica?
Ho molto rispetto di molti sacerdoti e di suore di base, lavoriamo molto con loro in scuole e ospedali. Ma sento di avere differenze con le gerarchie della chiesa cattolica in Bolivia. Cosa accade in Italia non lo so, ma in Bolivia alcuni gerarchi cattolici suonano le campane per protestare contro Evo Morales.
Roberto Zanini (il manifesto 30/10/2007)

L'Avana si sta aprendo e Washington lo sa

sinistracritica | 29 Ottobre, 2007 15:15

Impantanato in Iraq e in Afghanistan, ossessionato dalla crescita dell'Iran come potenza regionale (conseguenza diretta delle guerre nei summenzionati paesi), il dipartimento di stato americano si è accorto che il Sudamerica è in subbuglio. Il suo ultimo grande intervento nella regione è stato il rude tentativo di rovesciare il governo democraticamente eletto in Venezuela. Era il 2002, un anno prima dell'avventura in Iraq. Da allora un'onda di unità bolivariana ha spazzato il continente, vincendo in Bolivia e in Ecuador, diffondendosi in Perù e in Paraguay e soprattutto rompendo il lungo isolamento di Cuba. Ciò ha causato panico a Miami.

La piccola isola che ha sfidato interventi, minacce e blocchi per più di mezzo secolo rimane un'ossessione imperiale. Washington ha atteso la morte di Fidel per poter cercare o retribuire la defezione di pezzi dell'apparato militare e poliziesco (e senza dubbio anche di scelti aparatchikni di partito). L'ultimo discorso di Bush è un segno di panico. Erano così certi di raggiungere l'obiettivo con una vagonata di dollari, da non aver studiato molto altro negli ultimi anni.
Ma ieri ci è stato detto, senza ombra di ironia, che Raul Castro è inaccettabile perché è il fratello di Fidel e che non è questa la transizione che Washington aveva in mente. E' gustoso che W., di cui sono note le connessioni familiari, non menzioni il fatto che nel caso la signora Clinton sia nominata ed eletta due sole famiglie saranno state al potere per oltre due decenni.
Ciò che ha preoccupato i Bush brothers e la loro clientela in Florida è il fatto che Raul Castro abbia incoraggiato un dibattito aperto sul futuro dell'isola. La cosa non è popolare tra gli aparatchik, ma indubbiamente ha avuto un impatto.
La censura di stato non è solo profondamente impopolare ma ha azzoppato il pensiero creativo nell'isola, e la nuova apertura ha fatto emergere le vecchie contraddizioni. I film-maker cubani ad esempio stanno sfidando pubblicamente i burocrati. Pavel Giroud, un conosciuto regista, spiega: «Qui la censura è esattamente come altrove, tranne per il fatto che Cuba è un'osservata speciale. Network e pubblicazioni in tutto il mondo hanno linee editoriali e tutto ciò che non le rispetta viene tagliato. Negli Stati uniti la Hbo ha rifiutato di trasmettere il documentario di Oliver Stone su Fidel Castro perché non aveva il focus richiesto, e hanno insistito per un'altra intervista con Fidel. In altre parole, ciò che Stone aveva da dire non importava, ciò che importava è ciò che il network voleva mostrare. Personalmente, preferisco che un mio lavoro non venga trasmesso piuttosto che mi chiedano di cambiarlo o tagliarlo. Delle spiegazioni non mi importa nulla, non ci sarà mai una ragione buona abbastanza per chi viene zittito. La banalità è favorita dappertutto, basta accendere qualsiasi canale musicale del mondo: le star machiste del reggaeton fanno le stesse sculettate, i cantanti «in» eseguono lo stesso gesto seduttivo, le stesse riprese al rallentatore di scene d'amore al tramonto... Non siamo noi qui a Cuba i principali produttori di questa roba. E lo stesso accade in politica. Il broadcaster sa che un video pieno di apprezzamenti al sistema non causerà alcun problema, i creativi sanno che andranno in tv molto più in fretta se scrivono una canzone, producono un film o dipingono un quadro che apprezza una figura politica».
Che il sistema cubano abbia bisogno di riforme è cosa largamente accettata nel paese. Mi è stato detto spesso che la decisione «impostaci dall'embargo» di seguire il vecchio modello sovietico «non è stata benefica». Adesso c'è una scelta, è tra Washington e Caracas. E mentre un leggero strato di elite cubana sarà tentato dai dollari, la maggior parte dei cubani preferiranno un modello diverso. Non vogliono vedere la fine del loro sistema sanitario o educativo, ma vogliono più diversità politica ed economica, anche se il modello del Grande Fratello sotto la cui ombra vivono non offre esattamente questa scelta.
Tariq Ali (il manifesto 25/10/2007)

NO ALLA FINANZIARIA

sinistracritica | 29 Ottobre, 2007 12:21

(ANSA) - ROMA, 25 OTT - ''La crisi del governo e' una crisi strutturale. Quando si danno alla Fiat 5000 euro a dipendente di riduzione del cuneo fiscale e l'azienda ne ''restituisce'' solo 30 ai suoi dipendenti siamo alla farsa. Bertinotti propone una soluzione politica di 'palazzo' a una crisi che e' strutturale e con cio' strappa con la storia politica di Rifondazione che non ha mai accettato la prospettiva dei governi tecnici o istituzionali. Noi vogliamo restare al merito, non ci piacciono i giochi di palazzo, ne' le manovre berlusconiane''. 
Lo dicono Franco Turigliatto, senatore della Sinistra Critica e Salvatore Cannavo', deputato del Prc-Sinistra Critica anunciando che voteranno il decreto collegato ma non la Finanziaria. Oggi, nel corso di una conferenza stampa che si e' svolta in Senato i due parlamentari hanno illustrato le loro posizioni e le richieste affermando di non considerarsi dentro la maggioranza.
''Come detto a marzo, votiamo di volta in volta in base ai provvedimenti. Sulla base di questo siamo disponibili a votare il decreto ma non la Finanziaria e tanto meno il Protocollo sul Welfare . Siamo consapevoli che se cade Prodi il quadro non migliora ma riteniamo che il problema principale in Italia oggi e' l'assenza di un'opposizione di sinistra alle politiche liberiste''.
''Se c'e' sfiducia, disincanto, demoralizzazione e' perche' la sinistra e' completamente interna al governo del sistema. La stessa manifestazione del 20 ottobre e' prigioniera di questa contraddizione e gli sviluppi futuri mostreranno che da una relazione diretta con il governo - appoggiarlo nella sua linea liberista o votargli contro - non si potra' sfuggire'' .
''Siccome pensiamo che il problema principale sia costruire un'opposizione sociale, dando continuita' al milione di No al referendum e anche ai contenuti radicali del 20 ottobre, siamo pienamente impegnati nella costruzione di appuntamenti 'sociali' come lo sciopero del 9 novembre e la manifestazione di Vicenza del 15 dicembre. Presenteremo degli emendamenti significativi alla Finanziaria che invertano la tendenza degli ultimi quindici anni. Non siamo disposti a votare questa finanziaria. Non presenteremo emendamenti al Protocollo perche' il Protocollo e' inemendabile. La sua filosofia d'insieme - concludono - recepisce la legge Maroni e la legge 30 contro cui abbiamo lottato e contro cui siamo stati eletti''. (ANSA).



FINANZIARIA: TURIGLIATTO (SC), VOTERO' NO ANCHE A FIDUCIA


Roma, 25 ott. (Adnkronos) - Gli esponenti di Sinistra critica ribadiscono il proprio no alla Finanziaria e al ddl che raccoglie il protocollo sul welfare, se non verranno accolti gli emendamenti presentati in Senato alla manovra, mentre sono "disponibili ad un voto favorevole sul decreto legge che accompagna la Finanziaria anche se non e' meraviglioso". Nel corso di una conferenza stampa a palazzo Madama, lo hanno sottolineato il deputato Salvatore Cannavo' ed il senatore Franco Turigliatto. "O si torna ad una politica di contenuti -ha detto Cannavo'- o si lavora alla manovra di palazzo e allora non ha senso ricostruire una unita' a sinistra". Cannavo' ha puntato l'indice sulle ultime scelte di Rifondazione e della maggioranza. Per quanto riguarda la Finanziaria "chi dice che e' leggera -ha ricordato Turigliatto- in qualche modo racconta la verita' su quella passata che dava tutto alle imprese e nulla ai lavoratori", e per quanto riguarda il protocollo "e' inemendabile" ed e' quindi scontato il voto contrario. "Come detto a marzo -hanno ricordato i due parlamentari- votiamo di volta in volta in base ai provvedimenti. Sulla base di questo siamo disponibili a votare il decreto, ma non la Finanziaria e tanto meno il protocollo sul welfare. Siamo consapevoli che se cade Prodi il quadro non migliora, ma riteniamo che il problema principale in Italia e' l'assenza di una opposizione di sinistra alle politiche liberiste". I parlamentari hanno riferito di emendamenti "significativi che saranno presentati alla Finanziaria per invertire la tendenza degli ultimi 15 anni".

Dopo il 20 ottobre

sinistracritica | 25 Ottobre, 2007 15:48

Verso lo sciopero generale e la manifestazione di Vicenza
di S. Cannavò (da Il Manifesto 25/10/2007)
La grandezza della manifestazione del 20 ottobre mostra un potenziale per opporsi alle politiche liberiste del governo Prodi e agli accordi concertativi. Male hanno fatto coloro che hanno cercato di minimizzare quel milione di No alla «consultazione» di Cgil, Cisl e Uil e male farebbero coloro che ricercassero una mediazione sul Protocollo che recepisce la legge Maroni e la legge 30 in alcuni casi peggiorandole.

Molte di queste istanze hanno attraversato uno spazio che si è presentato per esprimere forme di partecipazione a volte sovrapposte: la contrarietà alle scelte del governo ma anche la speranza che il governo non cada; la risposta alle primarie del Pd con l'esibizione di un orgoglio di sinistra, il «left day» ben visibile nello sventolio ostentato delle bandiere rosse. Un successo, quindi, nel quale, però, anche dopo la riuscita della manifestazione, permangono tre contraddizioni, alla base delle nostre divergenze, che condizioneranno i prossimi passaggi politici.

Il primo nodo è il rapporto con il governo. Se è vero che il corteo è stato attraversato anche da una insofferenza diffusa verso il governo, è anche vero che il segno politico non è stato di opposizione a Prodi. Anzi, la sensazione che il corteo sia servito, da sinistra, a equilibrare il vero contraccolpo ricevuto dall'esecutivo, e cioè le primarie del Pd e la vittoria schiacciante di Veltroni, permane tra tutti gli osservatori. Dopo il 20 ottobre Prodi si è potuto ricollocare agilmente al centro dell'Unione proponendosi come collante di due aree diverse, a volte contrapposte, ma che non hanno intenzione di dividersi. Non è un caso che il diffuso no alla precarietà non si è sostanziato in una rivendicazione precisa, il No al Protocollo, lasciandone l'interpretazione alla politica istituzionale. Da qui la seconda contraddizione, la delega in bianco ai soggetti organizzati, partiti, gruppi parlamentari, sindacati. Come andrà la discussione parlamentare, ci saranno ancora altre iniziative di lotta, quali organismi si depositeranno sui territori e nei luoghi di lavoro? Il punto è che la manifestazione, come le primarie del resto, ha rappresentato un «evento» con una partecipazione densa e liquida allo stesso tempo, capace di aggrumarsi significativamente in una giornata per poi rifluire senza lasciare «movimento» se non una delega in bianco incassata da chi ha la forza per farlo. E' stato così anche per il movimento no-global anche se in quel caso la delega non riguardava il governo del paese. Questa modalità ci interroga tutti perché attiene al modo in cui si costruisce davvero la partecipazione politica e la si rende un «movimento» che vada oltre «l'evento».

Ecco dunque la terza contraddizione: la logica conseguenza del 20 non sembra essere la proposta di un allargamento del movimento, l'indizione di un percorso di lotta, unitario e radicale, quanto la produzione di uno sbocco politico-partitico nella «cosa rossa». Un esito in larga parte preventivabile, insito nelle direttrici che hanno dato vita alla giornata, ma, per quanto ci riguarda, non adeguato alla necessaria alternativa di sinistra che va costruita alla sinistra del Pd; un'alternativa che continuiamo a ritenere debba essere anticapitalista e indisponibile al governo del moderno capitalismo.

Se si vuole dare una prospettiva di movimento alla giornata del 20, quindi, la discussione deve svolgersi sul piano delle iniziative possibili e dei loro contenuti. Il contrasto al governo è oggi obbligato: dopo un anno e mezzo di «servizio» ai padroni e di subordinazione alla guerra, la misura è colma e le settimane prossime mostreranno che la strada della «pressione continua» non esiste: o si accettano le compatibilità o si rompe.

Davanti a noi ci sono dunque due appuntamenti importanti e utilizzabili da tutti: lo sciopero generale e generalizzato del 9 novembre e la tre giorni vicentina del 14,15 e 16 dicembre. Nel primo caso sarebbe davvero positivo che tutti quelli che hanno a cuore il rigetto del ddl sul welfare partecipassero alla giornata con le loro bandiere, collocazioni e modalità, per una grande giornata d'opposizione generalizzata capace di incidere sulle scelte politiche. Il 15 dicembre a Vicenza costituisce la possibilità di riprendere sul serio la lotta contro la guerra e non solo. Lì, se il movimento di Vicenza lo vuole e lo propone, sarebbe possibile ritrovare tutti i «no» che si sono espressi e si stanno esprimendo dando forma e voce al movimento possibile oggi. Se è vero che la lotta continua, abbiamo molte occasioni per fare della strada assieme.

Finanziaria 2008: più 11% di spese militari

sinistracritica | 19 Ottobre, 2007 13:12

GOVERNO PRODI, GOVERNO DI GUERRA

La Finanziaria del 2008 prevede un aumento dell'11% delle spese militari rispetto al 2007 (oltre due miloni di euro). Aumento che  segue quello del 2007 (più 13%, cioè più 22 milioni di euro rispetto alla Finanziaria 2006 e del governo Berlusconi. 
Aumenta anche la spesa militare nel mondo come certificato dallo Stockholm international peace research institute (Sipri) di Stoccolma: un 3,5% in più nel 2007, con un giro d'affari di oltre mille miliardi di dollari. 184 dollari a testa. Merito di Afghanistan e Iraq ma anche della grande paura del terrorismo.

Tornando all'Italia:  23.352 milioni di euro nella Finanziaria 2008 saranno destinati a spese militari.
Così ripartiti:
115 milioni per le funzioni esterne,
230 milioni per le pensioni provvisorie,
5.358 milioni per i carabinieri,
15.224 milioni a esercito, aeronautica e aviazione (di cui 3.500 milioni ammodernamento di mezzi e infrastrutture, 77 milioni
Altre spese non figurano a bilancio: ad esempio il 1 miliardo di euro per le missioni all'estero (19 in cui la parte del leone tocca a Libano e Afghanistan).
155 milioni stanziati per le fregate Freem (fregate multimissione europee),
968 milioni per gli intercettatori Eurofighter,
L'Italia partecipa anche al progetto di costruzione del Joint Strike Fighter (F-35), aereo da combattimento monomotore, velocissimo e con stive anche per ordigni nucleari. Dopo l'ultima informativa al parlamento del gennaio 2007 (senza che però vi fosse alcun voto, nota Sbilanciamoci), la Difesa ha firmato negli Usa l'accordo per passare alla fase iniziale di quello che è considerato il «programma più costoso della storia della difesa americana», che non ha per altro cifre certe: si è parlato di 275 miliardi di dollari per 2700 velivoli con costo unitario di 50/70 milioni. L'Italia dovrebbe acquistare (e in parte partecipare alla costruzione) di 131 esemplari. Un'ipoteca sul futuro circondata da segreti e dubbi sulla possibile lievitazione (in parte già avvenuta) dei prezzi.
Le basi militari straniere su suolo italiano:
1.546 edifici posseduti dagli Usa che ne affittano altri 1.168 (2 mln di mq in totale). Il fatto è che il loro mantenimento compete però a noi con un contributo alle spese del 41% (366,54 milioni di dollari).
Servizio civile: 303 milioni di euro contro i 500 necessari per avviare al servizio civile 60mila giovani. Benché per il 2008 sia previsto un aumento (da 257 a 303), nel 2009 e 2010 tornerà alla cifra attuale.

fonte: dossier Sbilanciamoci
il manifesto 18 ottobre '07

C'E' CHI DICE NO!

sinistracritica | 16 Ottobre, 2007 19:04

Il 23 luglio scorso il Governo Prodi ha firmato con sindacati confederali ed imprese un protocollo d’intesa che, se trasformato in legge, inciderà profondamente sulla vita lavorativa di tutti gli italiani. Ecco i punti salienti:

Gli scalini: peggio dello scalone. La trappola dello scalone di Maroni viene diluita nel tempo introducendo un sistema di “scalini” con i quali i requisiti per andare in pensione aumenteranno finché dal 2013 occorreranno 36 anni di contributi e 61 anni di età, oppure 35 di contributi e 62 anni di età. Non solo lo scalone non viene abolito ma a regime l’età pensionabile viene aumentata di 2 anni rispetto alla riforma Maroni.

Esenzione dei lavori usuranti, MA… Per i lavoratori che svolgono mansioni usuranti (turnisti, minatori ecc…) è previsto uno anticipo di 3 anni per l’età pensionabile, MA i fondi stanziati coprono solo 5000 lavoratori all’anno, e quindi verrà stilata una graduatoria per poter accedere alla pensione. Inoltre a regime  anche i lavoratori “usurati” dovranno attendere i 58 anni, quindi la situazione è peggiorativa rispetto a quella attuale.

Revisione dei coefficienti: pensione più bassa per tutti! Dal 1° gennaio 2010 saranno diminuiti fra il 6 e l’8% (a seconda dell’età di pensionamento) i coefficienti di trasformazione, ovvero l’importo della pensione rispetto all’ultimo stipendio percepito. Inoltre i  coefficienti verranno rivisti ogni 3 anni e fissati per decreto senza nemmeno l’obbligo di consultare le organizzazioni sindacali.

Innalzamento delle pensioni più basse: l’elemosina! Le pensioni più basse che riguardano una platea di circa 3 milioni di pensionati, e che erano ormai completamente erose dall’inflazione,  verranno aumentate di 33 euro al mese! Davvero una miseria per chi non arriva alla 4° settimana…

Lotta alla precarietà: nulla si muove! Alla faccia della tutela dei più giovani, la legge 30 rimane sostanzialmente immutata: i contratti co.co.pro. e lo staff leasing vengono mantenuti; i limiti imposti ai contratti a termine sono ridicoli, perché potranno essere rinnovati dopo 3 anni di occupazione nella stessa azienda: basterà farlo presso l’Ufficio del Lavoro alla presenza di un sindacalista, e non ci sarà nessun obbligo di trasformazione a tempo indeterminato. Nulla cambia per i contratti interinali, che rimangono privi di vincoli.

Straordinari a tutto spiano! Viene eliminata la contribuzione maggiorata che oggi è caricata sulle ore straordinarie. In questo modo gli straordinari costeranno come le ore ordinarie, con la ovvia conseguenza che i padroni ne faranno ancora più massicciamente ricorso, invece di assumere nuovo personale.

Ma il fatto più grave è che l’ intesa penalizza in maniera impressionante le giovani generazioni: con l’aumento dell’età pensionabile e degli straordinari ci saranno meno posti di lavoro e quindi più disoccupazione, un precariato a vita renderà più difficile accumulare i contributi necessari alla pensione e, una volta raggiunta, l’importo sarà da fame!

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7 ottobre ::  assemblea nazionale a Roma

8-9-10 ottobre ::  vota NO alla consultazione

9 novembre ::  sciopero generale e generalizzato

Per la libertà e i diritti dei migranti

sinistracritica | 16 Ottobre, 2007 11:26

 Mobilitazione migranti 27 e 28 ottobre
La legge Bossi-Fini è ancora in vigore e non sembra ci sia la volontà di abrogarla, nemmeno di superare gli aspetti più razzisti che continuano a provocare il peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro dei migranti. Abbiamo sentito nell’ultimo anno tante promesse, nessuna si è tradotta in realtà. Nei fatti non abbiamo visto alcuna discontinuità con i governi precedenti. Anzi abbiamo assistito ad un aumento di episodi razzisti  di una gravità allarmante: amministratori locali che incitano la popolazione a cacciare rom e migranti. I migranti non sono considerati persone, soggetti che vogliono affermare i propri diritti sociali e politici, ma donne e uomini da usare nelle fabbriche, nel commercio, nelle cooperative come forza lavoro  precaria e sottopagata.
Da  quasi due anni i migranti e le loro famiglie sono costretti a pagare centinaia di euro per ogni rinnovo del permesso di soggiorno. Gran parte di questi soldi vanno alle Poste Italiane senza che forniscano un servizio e un’assistenza adeguati. L’accordo tra lo Stato e le Poste si è rivelato solo un grande affare per le Poste e le casse dello Stato, un ulteriore costo per i migranti e un notevole allungamento dei tempi per rinnovare i permessi di soggiorno.
Bisogna trasferire tutte le pratiche dalle questure e dalle Poste agli enti locali, comuni e circoscrizioni, in modo che i migranti non siano più costretti a fare umilianti code davanti agli sportelli e perché finalmente i permessi di soggiorno siano una normale certificazione amministrativa.
Il legame tra permesso di soggiorno e contratto di lavoro continua ad essere il principale motivo della precarietà dei migranti oltre che rappresentare un costo economico e sociale eccessivo per i migranti: basti pensare che per lavorare i migranti devono avere una casa idonea con tanto di certificazione a norma degli impianti idraulico e elettrico.
La diffusione dei  cosiddetti regolamenti e patti sulla sicurezza sta alimentando un clima sociale ostile nei confronti dei migranti. I CPT continuano a essere aperti e svolgere la loro funzione repressiva e di controllo della libertà dei migranti.
E’ necessaria una nuova sanatoria, base di partenza per l’introduzione della regolarizzazione permanente, di tutti i migranti presenti sul territorio.
E venuto il momento che i migranti e gli antirazzisti riprendano la parola e si mobilitino in prima persona in due scadenze nazionali: il 27 ottobre a Brescia e il 28 ottobre a Roma.
 Sabato 27 ottobre ore 15.00
piazza della Loggia – Brescia
·        per l’abrogazione del protocollo di intesa con Poste Italiane basta dare i soldi alle poste per i permessi di soggiorno.
·        per la rottura netta del legame tra il permesso di soggiorno e il contratto di lavoro, fonte di precarietà e di ricatto sui luoghi di lavoro.
·        per la chiusura definitiva dei Centri di Permanenza Temporanea (CPT) in cui continuano ad essere rinchiusi i migranti che non hanno commesso alcun reato. No ai regolamenti e ai patti sulla sicurezza che colpiscono i migranti e alimentano il razzismo
·        per la sanatoria e la regolarizzazione permanente di tutti/e i/le migranti presenti sul territorio
·        per l' abrogazione della Bossi-Fini
·        per il rimborso dei contributi pagati per chi rientra definitivamente nel proprio paese

Adesioni    

Associazione Diritti per tutti (Immigrati in lotta), Coordinamento Immigrati Cgil Brescia e Provincia, Forum delle Associazioni degli Immigrati, Associazione Multietnica Castegnato, Centro islamico Vobarno e Valle Sabbia, Associazione islamica Mohammadiah, Associazione Sri Lanka-Italia, Tavolo Migranti ,Centro sociale Magazzino 47, Radio Onda d’Urto, Centro sociale 28 maggio  SdL Intercategoriale, Centro islamico Bresciano, Confederazione Cobas,  Associazione Sinistra Critica, Circolo Fai-Arci, Associazione Italia – Bangladesh, Giovani Comunisti Brescia, Associazione Il Maghreb, Associazione Essalam, Associazione Immigrati Franciacorta, Centro Islamico di Sarezzo, Coordinamento Immigrati Bergamo, Coordinamento Migranti Bologna, Gruppo Migranti Torino, Rete Cittadini di Fatto Milano, Laboratorio antirazzista L’Incontro La Spezia, Coordinamento Migranti Vicenza, Federazione RdB/CUB, Aiscafrica Modena, Associazione Ci Siamo Anche Noi, Coordinamento Nazionale di Organizzazioni ed Associazioni Peruviane in Italia, Cooperativa Pavese Sicurezza e Solidarietà, Associazione Dimensioni Diverse – Milano,  Partito Umanista di Milano, Coordinamento Nord Sud del mondo Milano, Prc Federazione di Brescia, Associazione Interculturale Todo Cambia Milano, Associazione lavoratori senegalesi  della Vallesabbia, Comunita Immigrati Valcamonica, Kollettivo Studenti in Lotta di Brescia, Le Scuole Senza Permesso di Milano

NO DAL MOLIN: 20 ottobre? no grazie

sinistracritica | 16 Ottobre, 2007 10:38

NOTA DEL PRESIDIO PERMANENTE  NO DAL MOLIN
SULLA MANIFESTAZIONE NAZIONALE DEL 20 OTTOBRE  A  ROMA

L’assemblea del Presidio Permanente No Dal Molin, riunita il 16 ottobre, ha deciso di non aderire alla manifestazione di Roma di sabato 20 ottobre.
Condividiamo quanto hanno scritto i comitati No Tav: anche a nostro avviso “la manifestazione si configura, al di là dei tentativi di raddrizzarne il tiro da parte di alcuni dei promotori stessi, come un estremo quanto inutile tentativo di dare più forza a quei partiti dell’area di governo che subiscono le scelte più conservatrici e reazionarie della maggioranza”.


Vicenza ha vissuto il tradimento di un Governo che non solo aveva promesso di ascoltarla, ma che aveva parlato, nel proprio programma pre-elettorale, di riduzione delle servitù militari e dialogo con le comunità locali. Un Governo che pur di concedere una parte di territorio nazionale all’esercito di una potenza straniera con un recente curriculum di guerre d’aggressione preventive in barba al diritto internazionale, è disposto a calpestare i dettati costituzionali e lo spirito e gli elementari diritti della democrazia.
Quanto avvenuto in questo anno e mezzo, con il rifiuto di riconoscere un valore alla partecipazione di tanti cittadini e, addirittura, il tentativo di delegittimare il nostro movimento attraverso la criminalizzazione, ci da l’idea di un Governo chiuso nel fortino, indisponibile verso la cittadinanza e impassibile di fronte alla richiesta di maggior democrazia e partecipazione.
Non si tratta di anti-politica, come qualcuno potrebbe facilmente, quanto banalmente, concludere; il movimento vicentino ha dimostrato di sapersi confrontare con chiunque incontrando, in passato, anche Ministri e sottosegretari. Proprio queste esperienze ci convincono che non esiste, oggi, la possibilità di “rafforzare il Governo cambiandone la rotta”, come invece sostengono alcuni segretari di partito.
Concordiamo e siamo perfettamente consapevoli che la politica debba essere “ politica di donne e di uomini e torni ad essere partecipazione, protagonismo, iniziativa collettiva ” e che “ la fatica della democrazia non può essere solo un voto quinquennale, o un pronunciamento sporadico a favore o contro una delega” e per questo da molti mesi abbiamo stravolto le nostre vite dedicando tempo ed energie in un quotidiano impegno politico e sociale, individuale e collettivo.
Molti di voi ci sostengono e hanno sfilato con noi a Vicenza il 17 febbraio scorso in una grande manifestazione che chiedeva al Governo di riconsiderare la vicenda Dal Molin e alla quale parteciparono anche segretari di partito della maggioranza. Com’è finita? Il Governo non ha fatto una piega, ha ribadito la decisione e scelto di non parlarne più e i due senatori dissidenti, che votarono secondo coscienza, sono stati espulsi dai rispettivi partiti per non essersi attenuti ad un’ipocrita disciplina interna.
E, del resto, il noto dodecalogo di Prodi, firmato da tutti all’indomani all’indomani della caduta del Governo, mette la realizzazione del Dal Molin e di altre infrastrutture tra i primi punti; quel dodecalogo rappresenta la chiusura di ogni possibile confronto con le comunità in lotta che difendono la propria terra.
Qualcuno ha dichiarato, a proposito della non adesione dei comitati valsusini, che i No Tav “hanno deciso di isolarsi”; noi crediamo che non ci sia alcun isolamento nello stare tra la gente, nel vivere la quotidianità all’interno dei nostri presidi, nel difendere l’autonomia dei movimenti anche non aderendo ad iniziative di soggetti che, in questi mesi, hanno avuto con noi un rapporto dialettico.
Assieme alla terra, all’acqua, all’aria, anche il movimento è per noi un bene comune; come tale, non può diventare una bandiera da sventolare laddove possa far comodo. Ci auguriamo, dunque, che, pur partendo da posizioni diverse, possa continuare ad esistere un confronto dialettico e costruttivo, nel rispetto dei reciproci ambiti e delle diverse posizioni di merito.

14-15-16 dicembre NO DAL MOLIN

sinistracritica | 16 Ottobre, 2007 08:35

14, 15, 16 dicembre: 3 giorni di mobilitazione europea a Vicenza

Da oltre un anno, uomini e donne della città di Vicenza stanno lottando contro la costruzione di una nuova, immensa struttura militare statunitense, che non vogliamo sia costruita né nella nostra città nè altrove. Una lotta che vede accomunate persone di diversi orientamenti politici, con culture, linguaggi e storie diverse tra loro. Questa battaglia affonda le proprie radici nella difesa della terra e nel no determinato alla guerra, fonte di lutti e tragedie, nella richiesta di pace. La politica “ufficiale” ha mostrato, in tutta questa vicenda, il peggio di sé, tentando d'imporre una scelta del genere ad una comunità fortemente contraria. Senza alcuna differenza, i governi italiani di centrodestra e centrosinistra hanno deciso di passare sopra le teste dei cittadini.


Difesa dei beni comuni e del territorio, no alla guerra e nuove forme di democrazia e partecipazione ai processi decisionali, piena autonomia rispetto alla “politica”: questi sono stati, per noi del Presidio Permanente contro il Dal Molin, i punti cardinali per mantenere la rotta dentro questa vicenda. Insieme a molti altri uomini e donne di tutta Italia, abbiamo dato vita a manifestazioni imponenti, a cui hanno partecipato centinaia di migliaia di persone. Eravamo partiti dai nostri quartieri, nel silenzio, con poche forze, siamo riusciti a portare la contraddizione sul piano nazionale. Abbiamo appena concluso un festival, a cui hanno partecipato almeno 30.000 persone, per rilanciare la nostra lotta contro questo progetto di guerra. Siamo convinti che si debba però andare oltre, che anche questi stretti confini vadano superati. Abbiamo conosciuto, in questo nostro percorso, realtà in tutta europa molto simili alla nostra. Abbiamo incrociato forme di resistenza e di difesa dei beni comuni, del territorio e delle risorse naturali, così come comitati, associazioni e movimenti che lottano come noi per impedire l'installazione di nuove strutture militari funzionali alla guerra permanente e contro un folle processo di riarmo, e con tutte queste esperienze abbiamo condiviso l'assoluta mancanza di democrazia nei processi decisionali. Come un copione unico, abbiamo sentito le storie di chi, da Venezia con il Mose alla Val di Susa con l'Alta Velocità, da Napoli con i rifiuti a Cameri con la costruzione degli F-35, dalla Repubblica Ceca alla Germania, dall'Olanda a Heathrow, da Varsavia a Londra, ha impattato con un potere che si allontana sempre più dai bisogni e dalle volontà dei cittadini, imponendo dall'alto scelte non condivise.

Ora vogliamo superare nuovi confini. Siamo convinti che oggi sia possibile costruire uno spazio comune dei movimenti che, nelle loro differenze e peculiarità, portano avanti istanze di democrazia reale. Non vogliamo proporre forme di sintesi o semplificazione, non vogliamo costruire un movimento europeo che annulli le specificità di ognuno. Al contrario, vogliamo ragionare sulla costruzione di una rete in grado di far risaltare la ricchezza di questi movimenti. Per quel che ci riguarda abbiamo sempre preferito lavorare per allargare la partecipazione, per costruire spazi d'inclusione.

Siamo convinti che oggi l'Europa possa essere, allo stesso tempo, uno spazio attraversabile da queste istanze e una dimensione praticabile dai movimenti, nella loro autonomia, per produrre risultati effettivi, per misurare nel concreto la forza delle lotte. Abbiamo indetto, come Presidio Permanente contro il Dal Molin, un'iniziativa europea nei giorni 14, 15 e 16 dicembre, a Vicenza, con una grande manifestazione dei cittadini europei sabato 15 dicembre contro il progetto Dal Molin. Vogliamo, in quei giorni, far convivere queste complessità, metterle in relazione, con momenti di discussione e iniziative sul terreno della pace e del no alla guerra, della difesa del territorio e dei beni comuni, per ripensare assieme alle forme di partecipazione di fronte alla crisi della democrazia rappresentativa, sempre più autoreferenziale e lontana dai bisogni e dalle istanze dei cittadini. La proposta che facciamo è quella di costruire assieme un primo momento di discussione europeo, da tenersi a fine ottobre, per preparare nel migliore dei modi la scadenza di dicembre.

Presidio Permanente, 20 settembre 2007