Che ne facciamo dell'Iran? Israele, gli Usa, e la prossima guerra
sinistracritica | 16 Ottobre, 2007 08:30
Per il presidente Bush, l'idea di un attacco fatto solo con l'aviazione, i missili e le portaerei è una sicura tentazione. Ma se conflitto sarà, presto gli americani avranno la sensazione che il fango iracheno sia panna montata, in confronto al pantano iraniano
Uri Avnery
Qualche tempo fa uno stimato giornale americano ha messo a segno uno scoop: il vicepresidente Dick Cheney, Re dei Falchi, avrebbe escogitato un piano machiavellico per attaccare l'Iran. In sostanza: Israele inizierà bombardando un'installazione nucleare iraniana, l'Iran reagirà lanciando missili contro Israele, e questo servirà come presteso per un attacco americano all'Iran.
Troppo arzigogolato? In realtà no. Il piano è piuttosto simile a ciò che avvenne nel 1956. Allora Francia, Israele e Gran Bretagna progettarono di attaccare l'Egitto per rovesciare Gamal Abd-al-Nasser (un «cambio di regime», si direbbe oggi). Fu deciso di lanciare paracadutisti israeliani vicino al Canale di Suez: il conflitto conseguente sarebbe servito da pretesto a francesi e britannici per occupare l'area del Canale, allo scopo di «garantirsi» quella via di navigazione. Il piano fu messo in atto (e fallì miseramente).
Cosa succederebbe se aderissimo al piano di Cheney? I piloti israeliani rischierebbero la vita per bombardare le installazioni iraniane, difese con armi pesanti. Poi i missili iraniani pioverebbero sulle città di Israele. Centinaia, forse migliaia di persone sarebbero uccise. E tutto, per fornire agli americani un pretesto per andare in guerra. Il pretesto reggerebbe? Gli Usa sono tenuti a scendere in guerra al nostro fianco, anche quando la guerra è causata da noi? In teoria sì. Gli attuali accordi dicono che l'America deve intervenire in aiuto di Israele in qualunque guerra, chiunque l'abbia cominciata.
Ha qualche sostanza l'indiscrezione del giornale americano? Difficile dirlo. Ma rafforza il sospetto che un attacco all'Iran sia più imminente di quanto comunemente si immagini.
Bush, Cheney e compagnia. intendono davvero attaccare l'Iran? Non lo so, ma il mio sospetto che possano farlo si sta rafforzando. Perché? Perché George Bush si sta avvicinando al termine del suo mandato. Se questo dovesse finire così come le cose appaiono ora, sarà ricordato negli annali della repubblica come un presidente pessimo, se non il peggiore. La sua presidenza è iniziata con la catastrofe delle Torri Gemelle, cosa che non ha dato una buona immagine delle agenzie di intelligence, e si chiuderebbe con il tragico fallimento dell'Iraq.
Gli è rimasto solo un anno di tempo per fare colpo sull'opinione pubblica e salvare il suo nome nei libri di storia. In situazioni come queste, i leader tendono a cercare avventure militari. Considerati i tratti caratteriali di cui ha dato prova, l'opzione guerra appare assai preoccupante.
E' vero, in Iraq e Afghanistan l'esercito americano è impantanato. Neanche persone come Bush e Cheney potrebbero sognarsi, in questo momento, di invadere un paese quattro volte più grande dell'Iraq, con il triplo della popolazione.
Ma probabilmente i guerrafondai stanno sussurrando nell'orecchio di Bush: non c'è bisogno di invadere l'Iran. E' sufficiente bombardarlo, così come abbiamo bombardato la Serbia e l'Afghanistan. Useremo le bombe più intelligenti e i missili più sofisticati contro circa duemila target, per distruggere non solo i siti nucleari iraniani, ma anche le loro installazioni militari e gli uffici del governo. «Li bombarderemo fino a farli tornare all'età della pietra», come disse una volta un generale americano a proposito del Vietnam, o «gli metteremo indietro l'orologio di vent'anni», come ha detto a proposito del Libano il generale dell'aeronautica israeliano Dan Halutz.
L'idea è allettante. Gli Stati Uniti userebbero solo l'aviazione, missili di tutti i tipi e le loro potenti portaerei, già schierate nel Golfo Persico. Tutte queste cose possono essere attivate in qualunque momento, con breve preavviso. Per un presidente fallito che si sta avvicinando alla fine del mandato, l'idea di una guerra breve e facile deve avere un'attrattiva immensa.
Sarebbe davvero una «passeggiata»? Ne dubito. Anche le bombe «intelligenti» uccidono le persone. Gli iraniani sono un popolo orgoglioso, risoluto e fortemente motivato. Sottolineano il fatto che in duemila anni non hanno mai attaccato un altro paese, ma negli otto anni della guerra Iran-Iraq hanno ampiamente dimostrato la loro determinazione a difendersi, se attaccati.
La loro prima reazione a un attacco americano sarebbe di chiudere lo stretto di Hormuz, l'accesso al Golfo. Questo strozzerebbe larga parte della fornitura mondiale di petrolio e causerebbe una crisi economica mondiale senza precedenti. Per aprire lo stretto (ammesso che ciò sia possibile), l'esercito Usa dovrebbe conquistare larghe fette del territorio iraniano e mantenerle sotto il proprio controllo. La guerra breve e facile diverrebbe lunga e difficile.
Che cosa significa questo per noi, in Israele? Possono esserci pochi dubbi sul fatto che l'Iran, se attaccato, reagirà come ha promesso: bombardandoci con i razzi che sta preparando a questo scopo. Ciò non metterebbe a rischio la vita di Israele, ma non sarebbe neanche piacevole.
Se l'attacco americano si trasformasse in una lunga guerra di logoramento, e se l'opinione pubblica americana dovesse finire per considerare questo un disastro (come sta succedendo ora per l'avventura irachena), alcuni certamente darebbero la colpa a Israele. Non è un segreto che la lobby filo-israeliana e i suoi alleati - i neo-cons (soprattutto ebrei) e i sionisti cristiani - stanno trascinando l'America in questa guerra, proprio come l'hanno trascinata in Iraq. Per la politica israeliana, i vantaggi sperati di questa guerra potrebbero trasformarsi in gigantesche perdite, non solo per Israele, ma anche per la comunità ebraico-americana.
Se il presidente Mahmoud Ahmadi Nejad non esistesse, il governo israeliano avrebbe dovuto inventarlo. Ha tutto ciò che si può desiderare in un nemico. Parla troppo. E' uno spaccone. Gli piace dare scandalo. Nega l'Olocausto. Profetizza che Israele «sparirà dalla mappa» (anche se non ha detto, come erroneamente riferito, che sarebbe stato lui a cancellare Israele dalla mappa).
Ma Ahmadi Nejad non è l'Iran. Ha vinto le elezioni, ma l'Iran è come i partiti ortodossi in Israele: non sono i suoi politici a contare, ma i suoi rabbini. E' la leadership religiosa sciita a prendere le decisioni e comandare le forze armate, e questa non usa alzare i toni del discorso, né dare scandalo. E' estremamente cauta.
Se l'Iran bramasse davvero una bomba nucleare, avrebbe agito nel massimo riserbo e tenuto il profilo più basso possibile (come ha fatto Israele). Le spacconate di Ahmadi Nejad nuocerebbero a questo tentativo più di quanto potrebbe fare qualunque nemico dell'Iran.
E' estremamente sgradevole pensare a una bomba nucleare in mani iraniane (e, a dire il vero, nelle mani di chiunque). Spero che ciò si possa evitare offrendo incentivi e/o imponendo sanzioni. Ma anche se questo non dovesse succedere, non sarebbe la fine del mondo, né la fine di Israele. In questo campo, più che in qualunque altro, il potere deterrente di Israele è immenso. Anche Ahmadi Nejad non rischierà uno scambio di regine: la distruzione dell'Iran per la distruzione di Israele.
Napoleone disse che per capire la politica di un paese, basta guardare la carta geografica. Se lo faremo, vedremo che una guerra tra Israele e l'Iran non avrebbe una ragione oggettiva. Al contrario, per molto tempo a Gerusalemme si è creduto che i due paesi fossero alleati naturali.
David Ben-Gurion auspicava una «alleanza della periferia». Era convinto che tutto il mondo arabo fosse il nemico naturale di Israele, e che, dunque, gli alleati andassero cercati ai margini del mondo arabo: Turchia, Iran, Etiopia, Ciad ecc. (Egli cercò alleati anche nel mondo arabo, in comunità non arabo-sunnite come maroniti, copti, curdi, sciiti e altri.)
Al tempo dello scià, tra l'Iran e Israele vi erano rapporti molto stretti, alcuni positivi, altri negativi, altri ancora sinistri. Lo scià contribuì a costruire un oleodotto che andava da Eilat ad Askelon, per trasportare il petrolio iraniano fino al Mediterraneo, bypassando il Canale di Suez. Il servizio segreto interno israeliano (Shabak) addestrò il suo famoso omologo iraniano (Savak). Israeliani e iraniani hanno agito insieme nel Kurdistan iracheno, aiutando i curdi contro i loro oppressori arabo-sunniti.
La rivoluzione di Khomeini all'inizio non ha messo fine a questa alleanza, l'ha solo resa sotterranea. Durante la guerra Iran-Iraq, Israele riforniva di armi l'Iran, in base al presupposto che chiunque combatta contro gli arabi sia un nostro amico. Allo stesso tempo gli americani fornivano le armi a Saddam Hussein, uno dei rari casi di divergenza tra Washington e Gerusalemme. Questa fu colmata nell'affair Iran-Contra, quando gli americani aiutarono Israele a vendere armi agli Ayatollah.
Oggi tra i due paesi sta infuriando una battaglia ideologica, ma questa è combattuta soprattutto a livello retorico e demagogico. Oserei dire che a Ahmadi Nejad non importa un fico secco del conflitto israelo-palestinese, lo usa per stringere alleanze nel mondo arabo. Se fossi un palestinese, non ci farei affidamento. Prima o poi la geografia dirà la sua e le relazioni israelo-iraniane torneranno quello che erano - si spera su una base più positiva.
Una previsione di cui sono certo: chiunque farà pressione per una guerra contro l'Iran, se ne pentirà. Sia noi che gli americani potremmo presto avere la sensazione che il fango iracheno sia panna montata, in confronto al pantano iraniano.
traduzione Marina Impallomeni
Ecuador: gli USA cacciati dalla base di Manta
sinistracritica | 15 Ottobre, 2007 13:34
L'Ecuador di Rafael Correa sta per segnare un altro punto nel braccio di ferro con il cosiddetto primo mondo. Dal 1999, la base di Manta è usata dagli Stati Uniti, che la considerano punto strategico per il controllo della regione. Ma fra poco, quell'accordo scadrà e il governo non ha nessuna intenzione di rinnovarlo. A spiegarci come la Casa Bianca abbia reagito a questa presa di posizione del piccolo paese sudamericano è Ana Esther Cecena, ricercatrice messicana esperta in materia.
I fatti. “L'accordo sulla base di Manta con gli Stati Uniti è decennale, dunque scadrà nel 2009 – racconta - Tutto andava a gonfie vele per Washingotn fino all'arrivo di Correa alla presidenza dell'Ecuador, che ha coinciso con una forte pressione del movimento contro la guerra, di quello contro le basi militari e della campagna per la smilitarizzazione delle Americhe. Questi hanno cercato di convincere il presidente a non ratificare un nuovo accordo con gli Usa e lui li ha ascoltati. Così, per la prima volta nella storia latinoamericana, un presidente ha detto no a una collaborazione militare con gli Stati Uniti. E i militari nordamericani non potranno fare altro che andarsene da Manta, uscendo definitivamente dal territorio ecuadoriano”.
La reazione. “Adesso è però importante vedere quale sia il progetto Usa per sostituire Manta, dato che quella base ha una posizione molto strategica – racconta Cecena - Da lì controllano una grande fetta del territorio. Perderla, dunque, implica due possibilità: o rinunciare a quel potere di supervisione o conquistare altre posizioni che permettano loro di coprire almeno il medesimo raggio di azione, se non di più”. E chiaramente gli Usa hanno puntato sulla seconda opzione. “Quando gli Stati Uniti decisero di trasferirsi a Manta – riprende l'esperta messicana - fu perché dovettero ritirarsi da Panama. Ma per supplire a tale perdita crearono un triangolo che moltiplicò la loro influenza. Costruirono la base Compalapa in Salvador, la Reina Beatriz in Aruba, isola dei Caraibi a nord del Venezuela, la Hato Rey in Curacao e, appunto, Manta in Ecuador. Quindi, lasciarono, sì, un luogo strategico, ma solo fisicamente, dato che continuarono a controllarlo spostandosi poco più in là e conquistando, in più, molte altre postazioni, col risultato di ampliare la loro influenza sulla regione”. E, secondo Esther Cecena, con Manta sta succedendo qualcosa di molto simile. Per rimediare alla perdita della base ecuadoriana c'è già il progetto di costruirne una in Perù e un'altra in Colombia, col risultato di ampliamento del loro raggio di azione. “Se in Colombia non vanno che a rafforzare una presenza già massiccia, quella del Perù è una novità importante. La Casa Bianca – precisa la studiosa - è ultimamente molto preoccupata per quanto sta avvenendo in quell'area. Quella del Cono Sud è una zona dove guadagnare posizione è costato molta fatica. E adesso, questa sorta di fuoco rosso incrociato fra Morales in Bolivia, Correa e il venezuelano Chavez complica molto le cose. Per questo mettere piede in Perù è fondamentale. Da un lato garantisce la loro presenza nello stesso paese andino, da sempre molto inquieto; e dall'altro permette loro di pressare l'Ecuador e di tenersi a due passi dalla Bolivia. Quella da Manta è dunque contemporaneamente un'uscita e un riposizionamento”.
Uscita e riposizionamento. Ma Ana Esther Cecena tiene a precisare che la presa di posizione inedita di Correa non perde, comunque, di importanza. “Il no dell'Ecuador segna una sconfitta storica degli Stati Uniti, che di fatto vengono cacciati fuori – spiega -. E questo è importantissimo. La reazione che sta avendo Washington non sminuisce la politica di Correa, bensì conferma quante risorse abbiano gli Usa, dimostra come ancora possano contare su paesi alleati che lo lasciano entrare, fare e disfare. Il Perù, per esempio, in cambio di aiuti umanitari, ha permesso agli Stati Uniti non solo di iniziare a costruire la base, ma anche di stanziarsi nel nord del paese dove avvengono, da due anni, esercitazioni di ogni genere. Si tratta di vere e proprie ricognizioni militari sul territorio, molto meticolose. E non solo: parlano con la gente, si inseriscono nella società e magari, capita pure che costruiscono anche qualche scuola o centro medico, dove tutti vengono curati con gli analgesici. Intanto, occupano un'area fondamentale nello scacchiere geopolitico: non dimentichiamo l'importanza strategica del nord del Perù e le sue risorse naturali. Stando là si ha accesso all'area amazzonica e quindi a tutte le sue risorse. È un modo per occupare il territorio”.
Paesi amici. Attualmente in America Latina le basi più importanti, oltre a Manta sono otto: 5 in Colombia, ossia due al nord-est, al confine con il Venezuela, due a sud, al confine con l'Ecuador, e una nei pressi di Panama, nel Choco, area indigena e di afrodiscendenti, dove si registra un numero impressionante di sfollati; una in Honduras, una in Salvador, e quella di Guantanamo. Ma Ester elenca anche Haiti, “che in qualche modo è un paese occupato, che si può paragonare a una sorta di base militare di controllo regionale”. Mentre, nella tanto agognata Triple Frontera, Brasile-Paraguay-Argentina, ancora non hanno potuto costruire una vera e propria base, grazie alle reticenze argentine. “Ma in compenso – sottolinea Cecena - hanno costruito l'ufficio della Cia e della Dea e hanno stretto un accordo bilaterale con il Paraguay che dà alle truppe nordamericane la totale immunità. C'è anche un accordo per ripristinare una vera e propria base militare in Paraguay, ma è stato sospeso per le proteste del movimento pacifista, arrivate proprio in periodo elettorale. Ugualmente, la presenza Usa nel paese latinoamericano si fa sentire con l'occupazione di un areoporto immenso che permette l'atterraggio degli aerei Galaxy, quelli che trasportano squadroni, carrarmati e via dicendo. E comunque – conclude - in tutti i luoghi più importanti per le risorse energetiche e ambientali ci sono truppe Usa. Nell'acquifero Guarani, per esempio, ci sono le basi operative della Dea. E così è per ogni zona calda del continente”.
Stella Spinelli
22/10/2007 www.peacereporter.net
Morales dice basta. Fine della collaborazione militare Usa - Bolivia
sinistracritica | 15 Ottobre, 2007 11:18
Il presidente della Bolivia mette fine alla collaborazione militare con gli USA. E' una questione di "dignità nazionale"
Sembra proprio che l'amministrazione boliviana abbia intenzione di mettere nero su bianco che nel continente americano non ci sono cittadini di serie A e di serie B.
I fatti. Qualche tempo fa, ad esempio, il governo di Evo Morales ha stabilito che dal 1° dicembre prossimo i cittadini statunitensi che desiderano entrare in Bolivia dovranno essere muniti di un visto. E' una questione paritaria, fanno sapere da La Paz. Infatti, i cittadini boliviani che intendono recarsi negli Usa devono esibire il visto d'ingresso. Oggi un nuovo argomento entra a far parte della 'questione paritaria': la cooperazione militare fra Usa e Bolivia.
Morales ha detto basta. Finirà ben presto la collaborazione fra esercito boliviano e quello statunitense impegnati da tempo nella lotta contro il narcotraffico, ben radicato nel paese andino. Tutto per una questione di dignità nazionale. Morales, ai margini della manifestazione di commemorazione per il 40° anniversario della morte del Che Guevara, è stato chiaro: “Da oggi in poi nessun militare straniero armato opererà nel nostro Paese”.
L'esercito Usa, soprattutto la Dea, per diversi anni ha contribuito all'addestramento, allo sviluppo e alla fornitura di strumenti tecnologici dell'esercito boliviano.
Non solo dignità nazionale. Il solo motivo della difesa della dignità nazionale, però, sembra un po' riduttivo. E' stato lo stesso presidente boliviano a accennare alla stampa che i soldati statunitensi presenti in Bolivia non sempre abbiano tenuto un comportamento corretto. Pare, infatti, che lo stesso presidente indio abbia le prove filmate di alcuni casi di violenza dei soldati della Dea sulla popolazione civile. Stando alle sue dichiarazioni, esisterebbero prove concrete di agenti Usa che avrebbero aperto il fuoco contro gli aderenti al movimento dei cocaleros, proprio quando lui era uno dei leader.
Alessandro Grandi
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sinistracritica | 06 Ottobre, 2007 09:01
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